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30 Aprile 2013

Dopo l’elezione
del capo dello Stato

Argomento: Politica
Autore: Franco Mirabelli

Ho aspettato qualche giorno a scrivere alcune riflessioni sulle giornate che hanno preceduto l'elezione del Presidente della Repubblica per provare a ragionare freddamente, senza essere troppo condizionato dalla rabbia e dalla delusione provata in quei tre giorni e dalla sofferenza che quelle vicende hanno provocato a tante e tanti, a chi crede nel Pd, a chi fa vivere il Pd quotidianamente col proprio impegno, il proprio sacrificio, dedicando al partito tempo ed energie.

Ho aspettato perché credo che la scorsa settimana la bocciatura di Marini prima e di Prodi poi da parte di decine di grandi elettori del Pd, il colpo grande alla credibilità nostra dato dai franchi tiratori e le conseguenti dimissioni del segretario, abbiano fatto emergere problemi irrisolti, nodi che il Pd dovrà sciogliere, a partire dal congresso, per rilanciare il progetto politico e ricostruire un rapporto forte e leale col Paese e gli italiani.

È evidente che non abbiamo vinto le elezioni e che sono stati fatti errori tattici e comunicativi, ma non tutto si giustifica così. È altrettanto evidente che è stato uno sbaglio continuare a pensare possibile l'alleanza di governo con il Movimento Cinque Stelle quando era chiaro da settimane che non c'erano da parte loro né volontà né disponibilità a governare con chi considerano un nemico da abbattere. È stato un errore non dire apertamente che solo un dialogo col centrodestra poteva consentirci di avere la fiducia del Senato ad un governo.

Questo errore ha prodotto due conseguenze. Prima ha fatto passare sessanta giorni dalle elezioni senza che il Paese abbia avuto un governo in una fase così difficile, caricandoci di fronte ai cittadini della responsabilità di bloccare le istituzioni mentre c'era più che mai bisogno di affrontare i problemi. Poi ha creato un cortocircuito che ha confuso i piani e ha sovrapposto l'elezione del Presidente della Repubblica e la vicenda del governo. L'obbiettivo di dialogare sulle cariche istituzionali che ci eravamo dati è diventato per una parte dell'opinione pubblica un cedimento al centrodestra e, in questo quadro, una figura assolutamente limpida come Marini è diventata inaccettabile proprio perché poteva essere condivisa.

Tutto ciò ci dice che occorre fare scelte chiare su che partito è e vuole essere il Pd. Possono anche convivere posizioni riformiste con spinte più radicali ma la direzione di marcia deve essere chiara e su questa va definita la nostra autonomia, che non può continuamente essere condizionata da ciò che fa Grillo o, in negativo, Berlusconi. Decidiamo chi siamo e che cosa vogliamo, misuriamoci con i bisogni del Paese e costruiamo un progetto che non può essere continuamente messo in discussione.

Siamo nati per unire i riformisti, rilanciamo questa scelta mettendo davanti a tutto l'interesse del Paese e non la preoccupazione per Berlusconi. Sappiamo bene che è un avversario e quanto male abbia fatto alla democrazia italiana ma non può essere questa la priorità del nostro agire. Oggi abbiamo scelto di sostenere il governo Letta per il Paese, perché può servire ad affrontare le emergenze sociali e a promuovere le riforme necessarie nonostante sia sostenuto da forze che sono e restano avversarie e lontane da noi. Oggi è possibile solo questo!

L'altra questione l'ha posta Bersani in Direzione dopo le bocciature di Prodi e Marini. Decidiamo cosa vogliamo essere: uno spazio politico o un soggetto politico? Un luogo utile per individualità alla ricerca di autopromozione e di riflettori o un partito che discute e a cui, però una volta deciso, si cede un pezzo di sovranità personale se si è eletti per garantire che ciò che si è deciso si faccia?

Non mi interessa discutere su espulsioni o non espulsioni, non penso che ci siano da fare troppi distinguo, se non morali, tra chi non ha rispettato le decisioni avendole contrastate in assemblea e chi ha votato sempre diversamente da ciò che si era deciso approfittando del segreto dell'urna. Penso semplicemente che il tentativo di far apparire come un eroe chi ha votato, magari quattro volte su cinque, diversamente dal gruppo, mini alle fondamenta la stessa idea di partito, di convivenza, di fiducia reciproca. Se occorre più attenzione a garantire partecipazione e condivisione delle scelte si faccia ma vanno ristabiliti i principi elementari che regolano i rapporti una comunità di persone che hanno scelto liberamente di associarsi. Anche su questo si deve lavorare per recuperare credibilità nei confronti dei cittadini perché se tutto appare esposto a personalismi e tatticismi incomprensibili e che non hanno nulla a che fare con la vita delle persone, è evidente che non si ricuce un rapporto interrotto con la politica.

Infine, resta irrisolto il tema delle alleanze. È chiaro che la prima vittima delle vicende legate all'elezione del Presidente della Repubblica è la coalizione Italia Bene Comune. È impressionante come subito, alla prima assemblea della coalizione, sia venuto meno l'impegno che avevamo assunto di fronte agli elettori di attenerci alle scelte fatte a maggioranza nei gruppi e a sinistra sia prevalsa, ancora una volta, la tentazione, di fronte alla mala parata, di aprire subito una competizione con gli alleati per strappare qualche consenso elettorale in più. Su questo dovremo riflettere anche in funzione della legge elettorale che andremo a proporre.

Il nostro congresso, dunque, servirà a scegliere un nuovo gruppo dirigente e lo dovremo fare a partire dal merito di queste questioni. Il segretario con il suo gruppo dirigente si è dimesso e si conclude un ciclo che è stato anche segnato da vittorie importanti, il rinnovamento generazionale, anche grazie alle primarie è in gran parte avvenuto. Ora serve decidere chiaramente: quale riformismo, quale partito e quali alleanze senza ambiguità o mediazioni al ribasso. Il Pd è un progetto che serve all'Italia e non solo a noi ed è per questo dobbiamo tornare a coltivarlo.

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