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27 Aprile 2013

La grande sfida
dei figli dell’Ulivo

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

Ora che il dramma si è consumato e molti dei sogni e delle speranze che abbiamo coltivato per mesi, direi per anni, purtroppo non esistono più, abbiamo una sola possibilità per rafforzare e rendere nuovamente credibile il progetto del Partito Democratico: rifondarlo su basi nuove, cedere spazio e affidarlo, finalmente, a coloro che hanno iniziato a far politica dopo il crollo del Muro di Berlino. Occorre, insomma, quel ricambio generazionale (sul modello delle scelte compiute da Letta nella composizione del governo) che molti auspicano da tempo ma che finora si è visto troppo poco, benché vada dato atto a Bersani di aver avviato un notevole processo di svecchiamento della classe dirigente, suggellato dall’esito delle Primarie per i parlamentari e dalla presenza, ormai quasi in tutta Italia, di gruppi dirigenti locali che corrispondono perfettamente all’identikit appena tracciato.

A tal proposito, avverto il dovere di spendere due parole su Bersani. È vero che negli ultimi giorni ha smarrito un po’ della sua proverbiale lucidità ed è altrettanto vero che non ha gestito al meglio né la fase post-elettorale né, tanto meno, il delicatissimo passaggio dell’elezione del Capo dello Stato; tuttavia, non sarebbe affatto corretto asserire che i suoi quattro anni alla guida del PD siano stati, nel complesso, negativi né mi sembra coerente il comportamento di coloro che, pur dovendo a Bersani molto più di quanto gli dobbiamo noi, non hanno trovato di meglio che gettargli la croce addosso e attribuirgli assai più colpe di quante non ne abbia realmente, dimenticandosi le loro.

Da queste parti, infatti, siamo sempre stati convinti che il ricambio della classe dirigente sia fisiologico e sacrosanto ma non debba avvenire né attraverso un processo di “rottamazione” della dirigenza storica né attraverso la guerra per bande cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, in un momento decisivo per la vita del Paese: un momento in cui sarebbe servita la massima unità e coesione all’interno del gruppo e, invece, siamo stati costretti a fare i conti con la falsità e la mancanza di senso dello Stato e delle istituzioni di centouno deputati che al mattino avevano applaudito con entusiasmo il nome di Romano Prodi e nel pomeriggio son venuti meno alla parola data.

Eppure, nonostante la tragicità dell’evento e le sue inevitabili ripercussioni e conseguenze, un aspetto positivo in questa vicenda c’è: oramai, difatti, è chiaro a tutti, compresi i “rottamatori” della prima ora, che il rinnovamento della classe dirigente di un partito non lo si produce assecondando la rabbia popolare (spesso, ahinoi, comprensibile e giustificata) o la moda grillina del “tutti a casa”. Al contrario, affinché il ricambio sia fruttuoso e duraturo, è necessario tornare a costruire un solido percorso politico, basato sullo studio, sulla conoscenza, sull’indispensabile gavetta e sull’acquisizione, giorno dopo giorno, delle competenze necessarie per ricoprire un incarico tanto gravoso ed importante quale quello del parlamentare o dell’amministratore locale.

Approfondendo la questione, però, salta agli occhi che il dramma del Partito Democratico è ancora più complesso e articolato, in quanto una nuova classe dirigente, valida e all’altezza delle sfide che ci attendono, ci sarebbe pure, solo che per troppo tempo è stata sacrificata e messa in naftalina, salvo alcuni rari casi come quello di Debora Serracchiani, capace di vincere, contro tutto e tutti, in una Regione storicamente di destra e nei giorni più bui della storia del PD.

Lungi da me l’idea di indicare altri nomi, ma il concetto credo sia chiaro: per rinascere dalle proprie ceneri, il Partito Democratico deve avere il coraggio di essere se stesso, non sganciandosi o ignorando la memoria del passato ma affidando le chiavi del futuro a quei giovani dirigenti che hanno iniziato ad amare la politica grazie alla straordinaria intuizione prodiana dell’Ulivo: l’unica in grado di battere due volte Berlusconi; l’unica in grado di restituire fiducia e speranza al Paese; l’unica, infine, in grado di far avvicinare milioni di giovani al centrosinistra, rendendo ancor più grave e inaccettabile il gesto di quei centouno soggetti che, prima o poi, ci auguriamo ne rispondano davanti ai propri elettori.

Per spiccare il volo, insomma, il Partito Democratico deve recuperare la sua ispirazione autentica: quella dell’ulivismo, capace di fondere la cultura laica e socialista con quella cattolico-democratica, di unire anziché dividere, di condurre l’Italia nell’Euro e di fornire alle nuove generazioni una visione ampia e innovativa del concetto di sinistra.

Personalmente, per esempio, ricordo che molti ragazzi della mia generazione decisero di venire a fondare il PD il 14 ottobre 2007 dopo aver ascoltato una splendida frase di Veltroni: “Il PD è l’Ulivo che si fa partito”, un sogno che si trasforma in una comunità solidale, l’idea di un uomo che diventa il progetto di una collettività, la prospettiva di un rinnovamento che si trasforma in realtà, senza per questo rinnegare la propria storia, le proprie tradizioni e le origini di ciascuno di noi.

Ora che la sfida del Professore compie diciott’anni, pertanto, i giovani dirigenti che oggi siedono per lo più sui banchi del Parlamento commetterebbero un imperdonabile errore se non cercassero di mettere le ali ai sogni e alle ambizioni di quand’erano ragazzi, sommando alla freschezza e all’entusiasmo di allora l’esperienza e la saldezza di ideali maturata nel corso di quasi due decenni e decidendo di camminare insieme, di tendersi la mano, di scegliere i nomi dopo aver ampiamente discusso sulle idee e sulle proposte e di aprirsi a quel vasto universo sociale che oggi si sente privo di rappresentanza.

Una generazione che molti considerano perduta potrebbe così non solo dimostrare tutto il proprio valore ma, più che mai, riscattare il centrosinistra dall’infamante accusa di essere complice della destra berlusconiana.

Fra poche settimane, si aprirà il Congresso: un’occasione storica che i figli dell’Ulivo hanno il dovere di cogliere. Se, anziché dividersi in mille correnti e sottocorrenti, avessero il buonsenso di procedere uniti, l’intera Nazione comprenderebbe che, accanto alle macerie generate dal berlusconismo, è sbocciato il fiore di un’altra idea di società e di Paese: la nostra Italia, quella in cui i figli degli immigrati che nascono qui sono automaticamente italiani, in cui i diritti civili sono una priorità e non l’ultimo punto in fondo all’agenda, in cui la scuola, l’università, la cultura e la ricerca sono ritenuti i principali motori della crescita e dello sviluppo, in cui il lavoro costruisce la vita ma, in particolare, in cui la Costituzione si applica alla lettera e non si interpreta, a cominciare dall’indispensabile difesa dei beni comuni.

Sempre Veltroni a Firenze, al Congresso di scioglimento dei DS, affermò: “Un giorno potremmo non avere il rimpianto di ciò che abbiamo fatto ma il rimpianto di ciò che non abbiamo fatto, pur avendone avuto la possibilità”. Per questo, un’intera generazione ha il dovere di provarci. Per questo, noi che verremo dopo di loro abbiamo il dovere di sostenerli e di imparare, senza mai perdere di vista quell’ulivo che campeggia orgogliosamente nel nostro simbolo.

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