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16 Aprile 2013

Una generazione
in cerca di speranza

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

Parlando alla Biennale della Democrazia di Torino, la presidentessa della Camera, Laura Boldrini, ha affermato: “Vi chiedo di mettere da parte il cinismo, volate alto. Siate curiosi verso il mondo. Sognate, ragazzi. Sognate!”. Credo che siano le parole più belle che la nostra generazione abbia ascoltato negli ultimi anni: riflessioni intense, profonde e capaci di suscitare un minimo di speranza, in una stagione nella quale giornali e telegiornali somigliano sempre di più a un bollettino di guerra, specie quando si occupano della nostra generazione e dell’avvenire incerto che ci attende.

I dati, infatti, sono inequivocabili e quanto mai impietosi: nel 2012, quasi ottantamila italiani hanno deciso di abbandonare il Bel Paese per andare a cercare fortuna all’estero, nella speranza di veder finalmente valorizzate le proprie qualità e competenze. E il dramma è che, stando alle cifre fornite dall’Aire (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), ad andarsene sono stati soprattutto i giovani fra i venti e i quarant’anni, pari al 44,8 per cento, in aumento del 28,3 rispetto all’anno precedente.

La vicenda assume, poi, contorni ancora più tragici se si tiene conto del fatto che l’emigrazione in corso non riguarda più quella che un tempo era chiamata la “bassa manovalanza” bensì – come detto – i talenti migliori, i ricercatori, gli studiosi, i laureati e, in generale, coloro che qui sarebbero condannati a condurre a un’esistenza precaria e a ricevere una retribuzione da fame mentre all’estero vengono accolti con tutti gli onori e retribuiti in maniera proporzionata alle loro capacità. Non a caso, il paese più gettonato dagli emigranti del Terzo Millennio è proprio la Germania, ossia la nazione da cui ci divide non soltanto uno spread di natura economica ma, in particolare, uno spread di carattere sociale e politico, legato innanzitutto agli investimenti in scuola, università, cultura e ricerca.

A tal proposito, basti pensare che, in base ai risultati di uno studio compiuto dall’Eurostat, l’Italia è ultima nell’Unione Europea per quanto riguarda la percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1 per cento contro il 2,2 della media europea) ed è al penultimo posto, seguita solo dalla povera Grecia, per quel che concerne la spesa in istruzione (l’8,5 per cento a fronte del 10,9 per cento della media degli altri paesi), a dimostrazione di una precisa scelta effettuata dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni, ispirata probabilmente dalla celebre frase dell’ex ministro Tremonti, secondo cui “con la cultura non si mangia”.

Peccato che sia vero esattamente il contrario, come testimoniano le decisioni assunte da quasi tutti gli altri esecutivi europei, compresi quelli conservatori, per non parlare poi dell’amministrazione Obama che giustamente sostiene che, nei momenti di crisi, la spesa in istruzione e ricerca vada accresciuta e non tagliata, altrimenti non c’è alcuna possibilità di risollevarsi dal baratro.

Peccato che non sia più vero che l’emigrazione investe soprattutto il Sud perché, all’opposto, lo scorso anno, le due regioni maggiormente interessate dalla migrazione verso altre nazioni sono state la Lombardia e il Veneto. Peccato che nell’ambita Germania, che a differenza nostra ha puntato, eccome, su cultura, istruzione, innovazione e ricerca, il tasso complessivo di disoccupazione sia al 7 per cento, contro il nostro 11, mentre quello giovanile da noi è al 37 e da loro all’8. Peccato che oltre la metà dei giovani che partono per non tornare più, all’estero ricoprano ruoli dirigenziali o, comunque, professionalmente qualificati, a fronte dell’umiliante 42 per cento dei laureati che scelgono di rimanere in Italia. E peccato, infine, che, mettendo a confronto due laureati che lavorano a tempo pieno, quello che lavora in un paese straniero guadagni, in media, 540 euro in più del collega che lavora alle nostre latitudini.

Peccato davvero perché, se valorizzassimo un minimo le nostre risorse, anziché riempirci continuamente la bocca di paroloni altisonanti e termini finanziari, saremmo senza dubbio una delle nazioni più ricche al mondo. E saremmo senz’altro più felici, il che, come dimostrano oramai numerosi studi scientifici, avrebbe ricadute positive anche sulle nostre scelte economiche, in quanto ci consentirebbe di recuperare un po’ di fiducia in noi stessi e, magari, anche nelle istituzioni.

Ha detto bene, dunque, papa Francesco quando, rivolgendosi ai fedeli, li ha esortati a non lasciarsi rubare la speranza, a non cedere mai alla tristezza e allo scoramento e a rifiutare la smodata passione per i beni materiali che ha trasformato l’Occidente nel regno dell’infelicità e della solitudine, dell’egoismo e dell’individualismo, in una sorta di terra di tutti e di nessuno, nella quale le oligarchie della finanza speculativa la fanno da padrone al cospetto di una politica sempre più debole e incapace di fornire le risposte che i cittadini, specie in un momento delicato come questo, si attendono.

A pensarci bene, le parole del Papa sono molto simili ad una celebre riflessione di Bob Kennedy sul feticcio del Pil, nella quale, pochi mesi prima di essere assassinato, egli si chiedeva se i valori misurati dal Pil, unicamente in base ai parametri del Dio denaro, potessero veramente convivere con il benessere e la serenità di cui ha bisogno qualunque popolazione. Era il 1968, quarantacinque anni fa, e il fatto che quelle considerazioni di Kennedy siano ancora così attuali la dice lunga su quanto sia necessario, per l’Italia e per l’Europa, abbandonare al più presto il drammatico modello di sviluppo neo-liberista e abbracciare un nuovo modello di sviluppo: uno sviluppo sostenibile, rispettoso dell’ambiente e in grado di valorizzare le risorse umane e porre nuovamente l’uomo al centro dei processi politici e sociali.

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