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19 Marzo 2013

Papa Francesco,
dalla fine del mondo

Argomento: Mondo
Autore: Lorenzo Gaiani

Giovanni Paolo II veniva “da un Paese lontano”, Francesco I viene “dalla fine del mondo”, come ha detto lui stesso presentandosi come nuovo Vescovo di Roma ai fedeli che lo aspettavano in una piazza San Pietro gremita all’inverosimile e a quelli ancora più numerosi che lo seguivano per radio e per televisione o via Internet.

Sebbene il nome del card. Jorge Mario Bergoglio fosse stato uno dei papabili al Conclave del 2005, dove anzi a quanto sembra fu quello che raccolse più consensi dopo Joseph Ratzinger, veramente pochi sono stati coloro che hanno fatto il suo nome come il possibile eletto di questo Conclave singolare, il primo da tempo immemorabile che non fa seguito al funerale del Papa precedente, il quale ha assistito all’elezione del successore tranquillamente in televisione a qualche decina di chilometri di distanza.

Straordinarietà della Chiesa, la quale effettivamente mantiene la capacità di spiazzare anche gli osservatori più cinici soprattutto nei momenti difficili, quelli in cui ad essere messa in discussione non è l’istituzione in sé ma il messaggio più profondo di cui essa è portatrice. Ecco dunque che dopo ridde di nomi più o meno accreditati (ma quanti di questi erano solo l’espressione di qualche gruppo di pressione o movimento religioso o organizzazione ecclesiastica dotata di buoni agganci nella stampa e desiderosa di portare avanti il suo alfiere?), si avanza a larga maggioranza il nome dell’arcivescovo di Buenos Aires, uno che in questa loquace vigilia ha parlato pochissimo non per calcolo politico ma perché è abituato a parlare quando ha qualcosa da dire.

Un argentino, quindi, cioè un americano, in sostanza un non europeo, nonostante le evidentissime radici italiane; e nello stesso tempo un uomo dell’emisfero sud del pianeta, della terra dove ricchezza e miseria da sempre si affrontano in una situazione quasi oleografica, dove ricchi e poveri, buoni e cattivi non escono da un romanzo alla Salgari o alla Rowling ma sono vita vissuta di persone e popoli; poi un gesuita, il primo discepolo del Loyola a salire al trono di quei Papi che i suoi confratelli da oltre cinque secoli servono con particolare devozione, anche quando ne vengono mal ripagati, come toccò a illustri personaggi quali Lorenzo Ricci, Pierre Teilhard de Chardin e Pedro Arrupe.

E infine Francesco, un nome che porta in sé un programma, anche se si presta a più chiavi di comprensione. Infatti, il Poverello d’Assisi non è riducibile alla vulgata un po’zuccherosa che alcuni ne fanno: l’intera sua vita è stata segnata dalla drammaticità e dalla radicalità delle scelte, ed il suo amore per la povertà non era finalizzato a se stesso ma trovava il suo fondamento nell’amore di Cristo. Più esattamente Francesco serve il povero perché Cristo si è fatto povero e nei poveri vuole essere cercato.

Francesco non è uomo di mediazioni al ribasso, anzi per certi versi non è affatto uomo di mediazioni: il suo ideale è l’applicazione del Vangelo sine glossa, ovvero senza spiegazioni, accomodamenti, cedimenti alla logica mondana o al rispetto umano. Il gruppo di amici che raduna intorno a sé – lui personalmente non ebbe mai il desiderio di fondare un nuovo ordine religioso – non contesta la Chiesa, desidera cambiare il cuore dell’uomo e lo fa attraverso la predicazione e l’esempio, ossia la possibilità concreta di dimostrare che Cristo non era venuto invano ed il suo messaggio può essere applicato in ogni tempo ed in ogni luogo.

Non è un caso che i successori di Francesco si siano arrovellati, spesso scontrandosi con altri Ordini religiosi, proprio sulla questione cruciale della povertà, come dimostra la famosa controversia con i Papi avignonesi che viene ricostruita fra gli altri da Umberto Eco in “Il nome della rosa”: saranno i francescani a cercare di trovare una quadratura difficile fra l’arte della mercatura e lo spirito evangelico, ed i primi Monti di pietà verranno fondati da religiosi francescani che, sulle orme di grandi predicatori come Bernardino da Feltre e Bernardino da Siena, si ponevano l’obiettivo di creare banche, diremmo oggi, a sfondo sociale che non praticassero il prestito ad interesse – considerato come forma di usura – puntando sulla valorizzazione del capitale. Non si tratta qui di vedere se e quanto simili ideali si siano realizzati, ma di comprendere che la schietta vocazione sociale del francescanesimo è legata alla condivisione della povertà in quella logica cristocentrica che si evidenziava prima.

Questo spiega anche le apparenti contraddizioni della figura del card. Bergoglio negli anni del suo episcopato a Buenos Aires: un uomo di Dio, impegnato nettamente dalla parte dei più poveri, che ebbe parole durissime verso le elite finanziarie che condannavano e condannano alla miseria milioni di persone. Nello stesso tempo un oppositore dichiarato del peronismo “di sinistra” di Nestor e Cristina Kirchner, soprattutto su questioni “eticamente sensibili” come il matrimonio omosessuale o l’aborto. Un osservatore di vicende latinoamericane ha scritto che Bergoglio nella sua attività pastorale ha sempre manifestato distanza se non disprezzo verso la classe politica in quanto tale: non sappiamo quanto questo sia vero, ma è un dettaglio secondario.

Il fatto è che la predilezione per i poveri ed il “guai ai ricchi” sono contenuti chiaramente nel messaggio evangelico, ed è ben possibile che vi siano uomini di Chiesa con una spiccata sensibilità sociale che nello stesso tempo sono intransigenti sulle questioni etiche: non si tratta qui di ammorbidire, di sopire e di troncare, come consigliava il Conte Zio manzoniano, ma di essere sinceri fino in fondo, non prendendo esempio, tanto per dire, dai vertici della Cei che erano prontissimi a perdonare i loro peccatori preferiti, anzi a non vedere nemmeno i loro peccati, trovandosi poi nella scomoda posizione di trovarsi dalla stessa parte di politicanti immorali, oltreché pessimi governanti.

Nella sua prima omelia pontificale, pronunciata durante una Messa condotta nei canoni della massima semplicità, il nuovo Vescovo di Roma ha detto chiaramente che la Chiesa non ha nulla da annunciare al mondo se non, con le parole di San Paolo, Gesù Cristo e questi crocifisso. Tutto il resto, le bardature, gli orpelli, le diplomazie, le mediazioni anche giuste e legittime vengono dopo, e forse sono anche d’impaccio. Come programma pastorale è impegnativo, ma forse in una fase storica in cui, come scrisse Paolo VI, gli uomini preferiscono i testimoni ai maestri, ed anzi accettano i maestri quando sono essi stessi dei testimoni, è l’unico possibile.

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