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05 Marzo 2013

Populismo e popolo

Argomento: Politica
Autore: Lorenzo Gaiani

Il tema dominante di queste elezioni era quello della moderazione contro l’estremismo o, in termini più specifici, del riformismo europeo, incarnato dalla coalizione di centrosinistra e dalle liste raccolte intorno a Mario Monti, contro il populismo rappresentato da Silvio Berlusconi e da Beppe Grillo.

Di primo acchito si potrebbe dire che il populismo ha vinto, perché la somma dei voti del Movimento Cinque Stelle e della coalizione di destra rappresenta, sia pure con motivazioni diverse, una solenne bocciatura della cosiddetta Agenda Monti, la quale peraltro non era ricompresa se non parzialmente nel programma di governo della coalizione del Bene Comune, decretandone quindi l’assoluta condizione di minorità nel panorama politico italiano quale ce lo riconsegnano le elezioni.

E tuttavia occorre domandarsi se questa categoria del populismo cui vengono ricondotti la destra berlusconiana e soprattutto il M5S sia quella più adatta per definire un fenomeno che non è soltanto italiano e che tuttavia in un sistema politico come il nostro, che dal 1989 ad oggi non ha trovato un assetto definitivo dopo che il crollo del Muro di Berlino aveva mandato in pezzi quello che era rimasto congelato per oltre quarant’anni, rischia di essere deflagrante e, con l’additivo di una grave crisi economica e sociale, di mettere in discussione gli assetti democratici del nostro Paese. Se dobbiamo dar retta alla politologia più recente, la miglior definizione di populismo è quella di Daniele Albertazzi e Duncan McConnell, secondo i quali esso è «un’ideologia secondo la quale al “popolo” (concepito come virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle “elite” e una serie di nemici i quali attentano ai diritti, i valori, i beni, l’identità e la possibilità di esprimersi del “popolo sovrano”».

Nella logica populistica non esistono le classi sociali ed i richiami in ordine alle rivendicazioni economiche e sociali, che pure vi sono, non sono inseriti in un ordine coerente ma vengono, per così dire, affogati in una concezione del “popolo” come se fosse un tutt’uno da contrapporre ad una “casta” di privilegiati che quasi sempre è composta non dalle elite economiche ma dai politici professionali, o dai ceti intellettuali, o magari dai sindacati, in nome di una concezione della democrazia che si esercita nel rapporto fra il Capo e la folla.

Naturalmente Berlusconi è stato il più sistematico populista di questi ultimi vent’anni, giovandosi dello strumento televisivo grazie al quale aveva preparato, forse inconsapevolmente, la seminagione culturale fin dagli anni Ottanta del secolo scorso che poi ha raccolto in termini di consensi attraverso una propaganda martellante che ha accreditato le ricette tradizionali della destra – favorevoli ai ricchi, come sempre la destra fa a tutte le latitudini – rivolgendosi nello stesso tempo alle classi sociali più umili e deprivate di strumenti critici per allargare la sua base sociale.

Grillo – ed il suo guru Gianroberto Casaleggio – rappresentano in questo senso un’evoluzione del modello perché da un medium tradizionale come la televisione hanno trasferito la loro iniziativa sulla Rete e sulle forme di comunicazione ad essa associate, colmando in tal modo lo svantaggio dell’assenza dal territorio e della mancanza di mezzi economici sufficienti. Il contenuto del messaggio del M5S è ambivalente, nel senso che a rivendicazioni che potrebbero essere considerate “di sinistra” in campo sociale (sempre tuttavia decontestualizzate rispetto a quella che una volta si sarebbe chiamata dialettica di classe) e a una non nascosta vis polemica verso le elite politiche (abolizione del finanziamento pubblico, taglio dei costi della politica, ineleggibilità dopo due mandati…) fanno riscontro pesanti ambiguità su dossier sensibili come la cittadinanza agli immigrati (Grillo si era pronunciato contro il passaggio allo jus soli).

A ciò si aggiunga, e non lo si ripeterà mai abbastanza, l’estraneità e forse l’incomprensione dei meccanismi istituzionali, a partire dall’assenza di democrazia interna che si accompagna ad un ferreo controllo dall’alto da parte dei due capi (e chi dei due sia il più importante non è dato capire) che non sono legittimati da un voto ma dal fatto di detenere il copyright di un partito-azienda che è tale ancor più di quanto lo fosse la Forza Italia delle origini: in questo senso, la polemica di Grillo contro l’art.67 della Costituzione, che stabilisce per i parlamentari e gli altri eletti dal popolo il principio dell’assenza di vincolo di mandato (una norma di civiltà, detto per inciso) è perfettamente in linea con una concezione tendenzialmente autoritaria: ricorda le dimissioni in bianco pretese da Bossi da tutti i parlamentari leghisti neo eletti, con la differenza che la Lega Nord è un partito strutturato (per quanto anch’esso di discutibile democrazia interna).

E tuttavia, non è possibile che la critica del populismo ci faccia dimenticare il popolo: in altre parole, se il modo di porsi del M5S suscita non poche perplessità è inevitabile rilevare che se esso è riuscito nel corso di qualche mese a divenire – sia pure di poco – il primo partito del Paese è perché ha impattato domande sociali che altrove non trovavano risposta.

La questione dell’Agenda Monti, per il modo in cui è stata impostata da molti dirigenti politici e (presunti) opinion-makers, è in questo senso esemplare: il fatto che molti provvedimenti adottati dal Governo tecnico e riproposti per il futuro immediato creassero un oggettivo malessere sociale veniva liquidato come fattore secondario, come una sorta di sacrificio umano richiesto da entità misteriose (l’Europa, i mercati…) che alla fine coloro che ne venivano penalizzati hanno considerato come divinità maligne, e si sono ribellati manifestando tale ribellione con il voto. Non è un caso del resto, come ha ricordato Giuliano Amato in un articolo sul suo blog rilanciato dall’Unità, che le stesse istituzioni finanziarie internazionali ed europee stiano ora sommessamente avviando una fase di ripensamento rispetto all’astratto ed ideologico approccio alla questione del bilancio e dello sviluppo che ha messo in ginocchio intere economie già duramente provate dalla crisi.

Non si tratta qui di passare da un atteggiamento sprezzante verso il grillismo ad un’acritica (e un po’ ridicola) rincorsa, ma di chiedersi con serietà se è possibile, da parte di un partito con vocazione riformista e governativa quale il PD è, dare una forma politica compiuta alle istanze sociali riconoscendole come tali, superare la suggestione di “agende” che dicono qualcosa a chi le scrive e nulla a chi le subisce e mettersi sul terreno non del populismo ma dell’attenzione a quei ceti popolari in ragione dei quali il Partito è nato e che portano il maggior peso di una crisi che è stata originata da altri.

In questo senso il PD può muoversi per certi versi con maggiore credibilità rispetto ai grillini, non foss’altro perché ha la memoria storica e la cultura per andare oltre una denuncia incentrata unicamente sui privilegi della classe politica, ricordando che essa – al netto delle ruberie e della corruzione – ha un trattamento economico in linea con gli altri principali Paesi europei (almeno a livello di Parlamento nazionale) mentre imprenditori e manager portano a casa retribuzioni e bonus che difficilmente possono essere giustificati dalle performance delle aziende loro affidate (si rimanda per questo alla lettura della documentata inchiesta di Nunzia Penelope “Ricchi e poveri”).

Ecco, un equivalente italiano della “proposta Minder” appena plebiscitata per via referendaria dagli elettori svizzeri sul tetto delle retribuzioni dei manager sarebbe molto interessante: è pronto il PD a predisporla? E fra gli altri partiti chi la sottoscriverebbe?

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