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20 Agosto 2012

Consulta, perché
bisogna fidarsi

Che il conflitto di attribuzione sollevato dalla presidenza della Repubblica dinanzi alla Corte costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, per la vicenda delle intercettazioni telefoniche su utenze di ex-membri del governo con il Quirinale, nell'ambito delle inchieste sul tema dei rapporti Stato-mafia, datati a circa un ventennio fa, desse fuoco a polemiche variamente mirate e argomentate non era poi evento del tutto scontato.

In una democrazia in cui ognuno vivesse di quel poco cibo quotidiano che si usa definire con qualche enfasi «patriottismo costituzionale», si sarebbe atteso il giudizio di un collegio che in cinquantasei anni di vita non sembra abbia deluso le attese dei cittadini quanto alla sua imparzialità. Ma tant'è, lo strumento predisposto per la massima garanzia viene sospettato di poter funzionare come una macchina schiacciasassi con a bordo il doppio peso del Quirinale e della Consulta e a terra i pubblici ministeri di Palermo.

Le personalità di giuristi, giornalisti, politici, magistrati che intervengono, da ammirare per la finezza delle tesi sostenute, sono però nel loro insieme il sintomo dell'altra crisi che accompagna, da più tempo di quella economica, la nostra vita politica. L'Italia, agli inizi del suo cammino unitario, appariva agli osservatori stranieri come il Paese in cui intere regioni erano controllate, per non dire governate, dalla malavita organizzata. Due storici inglesi, raccomandati da Benedetto Croce per la loro attendibilità, nel 1902, registravano che in Campania e in Sicilia fortune elettorali erano propiziate rispettivamente da camorra e mafia. Il fascismo occultò o assorbì questa eredità. Finché vi fu convergenza di interessi tra malavita e classi emergenti, anche la politica repubblicana si lasciò segnare da questo stigma. Chi restava a combattere su questo fronte se non i magistrati? E a mano a mano che si avvicendavano nei ranghi della magistratura nuove generazioni con un'idea di legalità sempre meno legata alle posizioni del potere, sono andate crescendo due strategie, paradossalmente alleate.

La prima è quella di identificare i magistrati non come un potere dello Stato, ma come una corporazione professionale, coesa nella autodifesa dalle invadenze governative e parlamentari. La seconda è la pervasività della criminalità organizzata nella vita amministrativa e politica. L'isolamento dei magistrati ne è stato l'inevitabile esito. Solo con la mobilitazione dei cittadini, attraverso e oltre i partiti, con tutte le forme di informazione e di orientamento dell'opinione pubblica, e con la corresponsabilizzazione delle famiglie, delle imprese, delle istituzioni educative, culturali, religiose, si potrà giungere ad una coscienza della legalità come carattere della comunità. Occorre liberare la materia della legalità dal rischio tuttora attuale di deflagrare in materia di contesa tra i poteri dello Stato, con vantaggio di una sola parte controinteressata, che è la criminalità organizzata.

A questa operazione non giovano minacciate riforme punitive dell'ordinamento giudiziario, della responsabilità civile dei giudici, di una legge repressiva delle intercettazioni. Per fortuna sono in gioco contro-interessi evidenti, quale la rilevanza costituzionale del potere giudiziario, la libertà di coscienza del giudice, l'esigenza di conoscenza pubblica delle prove di reato traverso le intercettazioni.

Detto questo, però, resta la questione del metodo da adottare. Che è quello della collaborazione dei partiti in Parlamento per ottenere la massima trasparenza e il massimo consenso tra i cittadini circa i modelli migliori per nuove leggi. In particolare per quelle che devono restituire i magistrati al loro compito di applicare chiare disposizioni di legge e non ad interpretare oscurità o lacune. Una nuova coscienza politica occorre ai nostri partiti, nati troppo di recente dalla dissoluzione di quelli che fecero l'Assemblea costituente e la Costituzione, disomogenei tra loro, alcuno a carattere personalistico, altri di coalizione di convenienza, altro di interessi locali, altri di movimento di protesta.

In questa selva come si fa ad interpretare la nostra democrazia rappresentativa come democrazia maggioritaria? Legiferare con questa pretesa su temi di grande portata per la società e per lo Stato è come autorizzare il dissenso e quel diritto di resistenza che fortunatamente i Padri costituenti rifiutarono. Ma è dare legna da ardere alla illegalità. Il parlamento deve tornare ad essere la «dorma repubblicana», che la Costituente volle come identità italiana, e che l'articolo 139 della Costituzione presidia con il divieto di riformarla. Anziché abdicare a sé stesso in favore di un presidente, il Parlamento torni ad essere il protagonista costituzionale della comunità italiana. Favorendo nuove leve e diversamente educate di parlamentari da candidare con una legge elettorale degna di elettori liberi e consapevoli e non suggestionati da inganni di propaganda. Quando questa speranza si realizzerà, i poteri dello Stato non avranno più necessità di contendere sulle loro competenze. Vivremo in quel residuo della civiltà liberale che auspicava indipendenza e non conflitto tra poteri. Fino ad allora ben venga un presidente della Repubblica, che responsabilmente si subordina alla giurisdizione della Corte costituzionale. E ancora un modo che la forza sia giusta, secondo diritto e democrazia. Cioè, oggi, secondo ragione. O non sia.

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