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02 Agosto 2012

Il nodo del fondo
che non piace ai tedeschi

Autore: Luca Cifoni

Le sigle sono tre, e forse già questo basta a dare un'idea di come sia stata faticosa la reazione europea alla crisi finanziaria. Efsm, Efsf e Esm sono le strutture nate, in tempi successivi, per salvare i Paesi in difficoltà e con essi la moneta unica.

Oggi le speranze (o per qualcuno i timori) si appuntano sulla terza: il meccanismo di stabilizzazione permanente che - come si augura Mario Monti - potrebbe ottenere una licenza bancaria e quindi attingere alla liquidità della Banca centrale europea. Ma prima che questo avvenga dovranno essere superate le perplessità della Germania e dovrà essere completato il processo di ratifica da parte degli Stati membri, compreso il pronunciamento della Corte costituzionale tedesca atteso per settembre.

Efsm e Efsf sono nati nella primavera del 2010 per fronteggiare l'emergenza finanziaria che allora si manifestava in Grecia, in Irlanda e in Portogallo. L'obiettivo contenuto nel nome di entrambi è la stabilità finanziaria, mentre diverso è la status: il primo è un fondo che opera con finanziamenti raccolti sul mercato e garantiti dall'Unione europea, il secondo una società veicolo finanziata dai paesi membri dell'Eurozona. Diversi anche i mezzi finanziari a disposizione: 60 miliardi per l'Efsm, 440 per l'Efsf, entità concepita come temporanea ma attualmente operativa: le sue disponibilità si sono però ridotte a 213 miliardi dopo gli interventi a favore di Irlanda e Portogallo.

L'Esm, che dovrebbe essere il successore permanente dell'Efsf, ne assorbirebbe anche i residui mezzi, con una capacità di prestito combinata che dovrebbe arrivare a 700 miliardi; salvo appunto la possibilità di finanziarsi come banca presso la Bce. La differenza tra i due organismi sta soprattutto nel fatto che nel secondo un intervento di assistenza finanziaria può essere deciso, in caso di emergenza, non all'unanimità ma con la maggioranza qualificata dell'85 per cento dei voti espressi dai ministri finanziari dei Paesi membri.

In questa fase di interregno comunque dovrebbe intervenire in prima battuta l'Efsf che è già operativo, ma ha una potenza di fuoco limitata. Per quanto riguarda l'Esm, la procedura di acquisto di titoli sul mercato secondario è stata modificata proprio con il vertice di fine giugno. In particolare è previsto che l'intervento possa essere deciso anche senza una richiesta di salvataggio del Paese interessato, nel caso in cui questo rispetti gli impegni presi a livello europeo e tuttavia si trovi in difficoltà sul mercato del debito. Evidente l'obiettivo: permettere a quel Paese di sottrarsi alla fase più acuta di pressione, per proseguire il proprio percorso di risanamento.

Il nodo però è nelle condizioni che verrebbero richieste per un intervento di questo tipo. Normalmente sarebbe necessario un memorandum, negoziato con Ue e Bce e «ove possibile» con il Fondo monetario internazionale, con precisi impegni in base al principio della condizionalità degli aiuti. Nel caso dei Paesi virtuosi il memorandum dovrebbe essere meno vincolante, ma il confine tra le due situazioni non è ancora stato formalizzato in modo chiaro. Ecco quindi che resta la possibilità di una vigilanza stretta sull'operato di chi riceve l'aiuto, con la presenza di una troika Ue-Bce-Fmi sul modello di quella che è all'opera in Grecia. Proprio ciò che il governo italiano vorrebbe evitare.

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