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19 Luglio 2012

Pd, pane e primarie
Ma poi serve la politica

Argomento: Politica
Autore: Giorgio Merlo

La recente Assemblea nazionale del Pd, checché se ne dica, ha confermato ancora una volta che questo non è un partito personale e nessuno esercita, di conseguenza, un’azione meramente proprietaria. Certo, non è un fenomeno così usuale nella politica italiana. Tra vecchi padroni e nuovi guru non c’è, com’è platealmente evidente, alcuna differenza. Mutano solo gli strumenti della comunicazione ma le decisioni ultime, come hanno dimostrato in queste ultime settimane Berlusconi e Grillo, sono saldamente nelle mani dell’azionista esclusivo. Sia quando si deve formare una giunta periferica come quella del Comune di Parma e di assumere un direttore generale del Comune sia quando si deve scegliere chi può guidare la coalizione espressione di quel partito. Scelte solitarie, non discutibili se non per sport dalle rispettive tifoserie e decisioni che richiedono invece, com’è altrettanto evidente, l’applauso dei vari cerchi magici e dell’intero popolo – che sia del “web” o delle “libertà” fa poca differenza.

Il Pd, e questo lo sappiamo noi ma lo sanno tutti, non è così. Quella storia e quella prassi sono estranee alla seppur breve storia di questo partito. Ma questo non é sufficiente per essere esenti da qualsiasi responsabilità. Ora, senza entrare nel merito delle singole scelte del partito, è indubbio che un grande partito popolare e di massa non può essere schiavo e vittima del suo impianto organizzativo. Certo, il Pd non è un partito “personale” e a dimensione “proprietaria”. Ma queste degenerazioni non si combattono sostenendo stancamente e noiosamente che nel Pd nulla si muove se non con le primarie, nulla senza le primarie e nulla contro le primarie. Perché se uno strumento organizzativo e tecnico, oltretutto non normato da alcuna prescrizione legislativa ma affidato alla buona volontà dei regolamenti da stilare volta per volta, ha il sopravvento su tutto il rischio concreto che si corre è quello di appaltare la politica ai regolamenti e di diventare progressivamente subalterni e passivi nei confronti di vaghe indicazioni statutarie.

Ora, un atteggiamento del genere è credibile per chi sostiene, carnevalescamente, che il Pd cesserebbe addirittura di esistere nel momento stesso in cui le primarie non fossero più un dogma da venerare tutti i giorni. Ma per le persone di buon senso – e per buon senso intendo quell’esercito pluralistico, multiforme e variegato che ritengono che la politica passa anche e soprattutto attraverso il confronto ideale e programmatico interno ed esterno al partito – un atteggiamento del genere rischia di diventare grottesco nonché incomprensibile. Sotto questo aspetto la recente relazione di Bersani all’Assemblea nazionale è stata di grande aiuto. Certo, ci sono le primarie e faremo le primarie ma un partito che aspira a governare il paese non può fermarsi lì. Se così fosse, questa volta sul serio, cesserebbe la stessa ragione sociale e politica dell’esistenza del Partito democratico. E questo lo dico non solo per esperienza personale dove si ripeteva, penso alla mia tradizione cattolica democratica ma anche a quella gramsciana, che il “primato della politica” non può mai essere messo in discussione dalle norme regolamentari o burocratiche. Ma per la semplice ragione che nella contesa politica contano le idee e i programmi. Se ci si ferma alla cornice, e cioè a come disciplinare la contesa sul potere e del potere, è la stessa politica ad uscirne sconfitta. E non solo perché il tutto diventa un groviglio puramente autoreferenziale ma anche e soprattutto perché a farne le spese sono solo e soltanto i contenuti e la capacità progettuale che, invece, rappresentano il vero biglietto da visita per un grande partito di governo come il Pd.

Non a caso, cresce la preoccupazione concreta che nella stragrande maggioranza dei circoli del Pd l’unico tema che viene approfondito e discusso è l’eterno dilemma su come fare le primarie, su quando fare le primarie e su come disciplinare le primarie. Temi certamente importanti ma drasticamente secondari per chi non appartiene ai vari fans club delle primarie disseminati in tutto il paese. Ma temi che, purtroppo, assorbono buona parte del tempo che ciascuna persona dedica al partito senza però, com’è ovvio, alcuna ricaduta positiva e concreta nel territorio, nel dibattito politico e nello stesso confronto programmatico.

Ora, gli interventi di Bersani, di Marini e di Franceschini all’Assemblea nazionale hanno fatto capire qual è la vera posta in gioco per il Pd nei prossimi mesi. E la differenza è sempre quella tra chi si ferma ad osservare il dito che indica la luna e chi, invece, guarda direttamente la luna. E cioè, fuor di metafora, tra chi si mette in campo per far emergere e far vincere il progetto politico e programmatico del Pd e chi, invece, si ferma a definire le regole per la contesa interna al Pd. Due elementi ovviamente necessari ma, com’è evidente a tutti, due aspetti che rivestono un’importanza diversa e che hanno impatti diversi nella stessa pubblica opinione.

Insomma, il Pd non può vivere solo di pane e primarie. Questi sono un tassello, seppur importante, dell’intero mosaico. Ma restano pur sempre un tassello. Se si sostituiscono al tutto il rischio è proprio quello di finire asfissiati. Gonfi di regole, saturi di regolamenti e sazi di cavilli burocratici ma, purtroppo, scarsi sui programmi e poveri di idee. Forse è meglio pensarci prima che sia troppo tardi.

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