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29 Giugno 2012

Sul precipizio col fiato grosso

Autore: Guido Gentili

L'Italia che il premier Mario Monti ha portato a Bruxelles in un vertice considerato decisivo per i destini dell'euro e dell'Europa è un Paese col fiato grosso che cammina sull'orlo di un precipizio. Di questa realtà occorre essere tutti consapevoli, a cominciare dalle forze politiche che appoggiano (tra tensioni, distinguo crescenti e siparietti vari da campagna elettorale permanente) un governo nato in emergenza allo scopo di evitare all'Italia un default sistemico.

Al Consiglio europeo la credibilità personale e internazionale di Monti non è in discussione. Tutt'altro. Il premier italiano ha svolto, e sta svolgendo in queste ore difficili, un ruolo di mediazione importante, del resto in linea con lo status di una grande nazione fondatrice dell'Europa. Ma al contempo Monti, nella politica finanziaria di gestione dei titoli sovrani, deve ottenere garanzie precise per l'Italia.

Un Paese che pur tra contraddizioni e ritardi (su riforma del lavoro, liberalizzazioni e vendita del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico) sta facendo i suoi "compiti". A dispetto, verrebbe da dire, di uno spread che non molla la presa, incurante dei progressi e del fatto che sotto il profilo del saldo primario (al netto degli interessi) l'Italia è un Paese ultra-virtuoso.

Il problema, in Europa e in Italia, consiste nel riavviare la ripresa (altrimenti, diventa insostenibile il finanziamento dei Paesi ad alto debito come il nostro) senza cedere sul controllo delle finanze pubbliche e senza che questo avvenga facendo leva su nuove tasse. Operazione che i mercati torneranno a chiedere a partire da lunedì dopo aver valutato l'esito del vertice. Senza sconti, e semmai cercando tra le pieghe dell'intesa più i punti di debolezza che di forza. Anche di questo occorre essere consapevoli.

Non ci aspettano giorni facili e Monti è il primo a saperlo. La foto scattata dal Centro studi Confindustria in (casuale) concomitanza del vertice di Bruxelles ci mette sotto gli occhi il profilo di un Paese alle prese con una crisi che lo sta soffocando. Il paragone fatto dal CsC con i «danni prodotti da una guerra» è forte ma dà l'idea. Lo stesso presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha usato parole non di circostanza: «In questo momento il Paese deve essere unito, solidale e determinato».

Il Prodotto interno lordo andrebbe infatti giù del 2,4% nel 2012, la seconda recessione è ben più radicata del previsto, nel 2013 avremo circa un milione mezzo di posti di lavoro in meno rispetto al 2008, gli investimenti stanno crollando, la stretta del credito e di liquidità è tuttora violenta, i consumi delle famiglie scendono, la ripresa arriverebbe non prima del secondo semestre 2013. Tiene bene l'export delle imprese del manifatturiero, un nuovo miracolo nel mare dei naufragi, ma resta un dato isolato, che da solo non cambia la sostanza del problema.

Se prima i margini di manovra erano strettissimi ora dobbiamo dire che stanno per chiudersi. Un intero grande Paese, una potenza mondiale che si è fatta ammirare nel mondo, barcolla. Questa è la verità che non può essere sottaciuta o addolcita. Con un crollo del Pil del 2,4% nel 2012 il pareggio di bilancio nel 2013 (impegno preso prima dal Governo Berlusconi e poi riconfermato da Monti) si allontana di nuovo. Riprende invece a crescere il rapporto tra spesa pubblica e Pil: 51,9% nel 2012 e 51,3% nel 2013 dal 50,5% del 2011. E risale l'incidenza del debito sul Pil: 125,7% quest'anno e 125,8% nel 2013, perché cresce il sostegno dell'Italia ai Paesi dell'eurozona. Accade anche questo.

Non si possono così allentare le briglie dei controlli, ma non è pensabile nemmeno che un Paese dove la pressione fiscale effettiva rischia di toccare il 54,6% nel 2013, possa ri-correggersi puntando sulle tasse, che anzi dovrebbero essere contenute evitando per cominciare l'aumento dell'Iva previsto dal 1° ottobre prossimo. Insomma, bisognerebbe puntare tutte le carte sulla spending review della spesa pubblica e su un taglio degli oneri della burocrazia, che costano alle imprese (le stesse a corto di liquidità anche per i mancati pagamenti da parte dello Stato) qualcosa come 26 miliardi l'anno.

Sono problemi che conosciamo fino alla noia ma sulle quali (qui sì che ci sarebbero i margini) alle parole non seguono quasi mai i fatti. Ma se l'Italia oggi barcolla lo si deve anche a questo.

twitter@guidogentili1

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