La sentenza con cui il tribunale di Roma impone alla Fiat di riassumere nello stabilimento di Pomigliano d'Arco 145 lavoratori iscritti alla Fiom, accogliendo così l'istanza di discriminazione sindacale ai danni dei metalmeccanici della Cgil, rappresenta un ulteriore capitolo della snervante guerra giudiziaria che da anni ormai oppone Sergio Marchionne e Maurizio Landini. Una guerra che registra fasi alterne, giacché fin qui si sono viste sentenze di segno opposto, ma di cui non si scorge ancora l'esito finale. La parola definitiva dovrebbe venire dalla Corte Costituzionale, sollecitata a dirimere la disparità di vedute dei tribunali.
Il responso emesso ieri dal giudice di Roma possiede sicuramente un valore simbolico, ma difficilmente potrà determinare effetti concreti. La Fiat ricorrerà certamente in appello, ma non è detto che non lo facciano anche altre organizzazioni sindacali, secondo quanto ha fatto intendere ieri la Uil. La questione è complicata e si presta alle controversie: i lavoratori Fiat riassunti nella newco di Pomigliano costituiscono oggi all'incirca la metà dell'organico precedente. Se si riassumono tutti gli iscritti alla Fiom, allora a chiedere la riassunzione potrebbe essere anche la totalità degli iscritti alle altre sigle sindacali. Oppure bisognerebbe far valere il principio che gli iscritti a ogni sindacato siano proporzionali alle cifre del nuovo organico di Pomigliano. Una soluzione che suona evidentemente paradossale.
Queste considerazioni dovrebbero far capire una volta di più quanto sia insensato attendersi che i problemi delle relazioni industriali possano essere sciolti a colpi di sentenze di tribunale. E chiaro che il contratto Fiat ha portato alla luce un conflitto aperto non solo tra l'azienda e la Fiom, ma tra quest'ultima e gli altri sindacati, che non sono più riusciti a trovare un modus vivendi.
Nessuno al corrente della nostra storia industriale potrebbe negare il radicamento della Fiom all'interno del sistema produttivo. E non è vero che, in contesti diversi dalla Fiat, la Fiom non abbia saputo dare prova di una pragmatica capacità di adattamento contrattuale. Ma sul caso Fiat Landini ha ingaggiato una battaglia frontale, come se il confronto con Marchionne fosse quello realmente decisivo, che ha bruciato ogni possibilità di mediazione. Per giunta, ha reciso ogni rapporto con gli altri sindacati, i quali si trovano oggi nella singolare condizione di apparire come degli antagonisti della Fiom, verso i quali traspare la stessa ostilità nutrita per la Fiat. Intanto, Landini coltiva l'attenzione verso la politica, convinto che la crisi dei partiti apra degli spiragli per una rappresentanza del lavoro, naturalmente di impostazione radicale, ispirata dalla Fiom.
L'assetto attuale delle relazioni industriali non può che indebolire, alla lunga, il sindacato nel suo complesso, come soggetto autorevole di contrattazione. Esso finisce con l'essere costretto a un ruolo subalterno oppure col dover recitare la parte di un antagonista irriducibile, ma fuori del perimetro aziendale. In passato la Fiom contava 382 iscritti a Pomigliano; ora quelli dichiarati sono 207. In questo interminabile braccio di ferro rischia di consumare anche le sue forze.
Peccato che le vicende giudiziarie facciano scendere un velo sulle trasformazioni della fabbrica e del mondo del lavoro, che sono ingenti. La realtà di Pomigliano andrebbe analizzata per quello che è concretamente, se è vero - come appare - che essa sia l'avamposto di Fiat-Chrysler, il modello produttivo più sviluppato sotto il profilo della tecnologia e dell'organizzazione.
Purtroppo, nessuno considera Pomigliano per questi aspetti. Come, del resto, da noi nessuno ha badato al fatto che lo stabilimento Nissan di Sunderland, nel Regno Unito (non in Cina, dunque), l'anno scorso ha prodotto 480 mila vetture (più di quante se ne faranno in Italia in questo 2012) con un organico di 5.400 addetti. La vera sfida per le nostre fabbriche e le nostre relazioni industriali viene da questi numeri.