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28 Maggio 2012

Il primo partito? Gli indifferenti

Autore: Carlo Carboni

Il Paese necessita di un cambiamento politico che riconcili la competenza e la qualità dell'élite politica con l'impegno civico dei cittadini (come sosteneva l'immarcescibile Platone). È questo, in sintesi, il responso del recente test elettorale locale.

L'esplosione del Movimento 5 stelle (M5S) e la fuga dalle urne per astensione fanno impallidire anche chi nel centrosinistra prova a cantare vittoria. Pesano su questo doppio segnale elettorale, antipolitico e impolitico, oltre la crisi economica e la depressione sociale, soprattutto l'alta tensione della crisi politica e di quella morale, l'infinita battaglia dell'opinione pubblica contro i partiti pigliatutto della Seconda Repubblica.

I "grillini" del M5S, in questi anni, hanno sferrato ripetuti e pungenti attacchi alla casta, rea della crisi politico-morale del Paese. Incassano perciò il primo sindaco in città capoluogo, Parma, dopo essere saliti a circa 250 consiglieri eletti. In larga maggioranza maschi, under 35, laureati, i "militanti grillini" presentano una condizione professionale che spazia dagli studenti (16%) agli occupati precari (12%), dai lavoratori dipendenti (36%) a quelli autonomi (21%) e rifiutano l'etichetta antipolitica, visto che il 52% sostiene che sia una semplificazione mediatica (Orazi e Socci, Eliteam 2009). L'88% dei membri del M5S è per una politica diversa da quella dei principali partiti, perché essa preclude la possibilità ai cittadini di partecipare da protagonisti alla "cosa pubblica" (77%).

È comunque un'antipolitica "innovativa" quella del M5S, perché è segnata dalla tecnologia dei tempi correnti, che consentono un accesso mediatico a bassissima soglia tanto da rinverdire l'utopia di democrazia diretta, con intermediazione partitica drasticamente limitata. Grillo ha mostrato grande fiuto (come i Piraten in Svezia e Germania) nel proporsi come un motore della politicizzazione della rete, fino a condurla nei palazzi della rappresentanza. Ora, come mostrano le prime grane di Pizzarotti, inizia la parte più difficile per la leadership incontrastata di Grillo: dalla denuncia e dalla protesta si passerà alla gestione delle istituzioni e del consenso, una metamorfosi non semplice per un movimento "spontaneista" e "senza testa", che nega il leaderismo degli altri, ma non quello in casa propria.

Disfatta della destra, sopravvivenza della sinistra, crescita dell'antipartitico M5S: tuttavia, è stata l'esplosione clamorosa dell'area del non voto (in particolare al secondo turno) a chiarire bene il sentiment di "fuga dalle urne" e a misurare la temperatura raggiunta dalla crisi politico-morale nel Paese. In realtà, tutti perdiamo con l'aumento dell'indifferenza e dell'astensione. L'Italia va male perché agli italiani continua a mancare la lucidità, a partire dalla cabina elettorale, di essere essi stessi artefici, responsabili e arbitri dell'"andamento delle cose" nel Paese. È la defezione "impolitica", il disimpegno diffuso il male culturale italiano che gli attuali ceti politici non sono in grado di curare, perché essi stessi sono il prodotto del grande riflusso e della grande disillusione dalla politica, non solo in Italia, ma in tutto il vecchio mondo occidentale.

L'impoverimento della politica in Occidente segue questo grande riflusso apertosi a cavallo tra gli anni 70 e gli 80. Da allora, iscritti ai partiti, fiducia nelle istituzioni pubbliche e anche elettori votanti sono drasticamente diminuiti, risucchiati dal crescente benessere, dalla possibilità privata di aspirare a una vita agiata e sicura. La filosofia del denaro e l'iperconsumismo, negli ultimi trent'anni, hanno gradualmente rappresentato un'alternativa a un "uomo pubblico" dalla tinta sempre più scialba. Il cittadino ben informato e impegnato ha perso progressivamente fiducia nella politica, perché essa gli è apparsa così compromessa dai personalismi e dalla sua finanziarizzazione, da rendere vano l'impegno del singolo. Con snobismo e sfiducia gli volta le spalle, formidabile consumatore, ma cittadino svagato.

L'indifferenza - un tempo imperturbabile apatia - è diventata, per gli antipatizzanti della politica, un traguardo sociale per non sentirsi più moralmente vincolati a una politica deragliata per la sfiducia e l'indignazione battente. La defezione dal voto è perciò un effetto non tanto delle avidità affaristiche (sempre esistite) o dell'iniquità di cui è capace la politica (idem), quanto la conseguenza del crollo delle grandi convinzioni condivise nella società, compresa l'utopia liberista che lo stato democratico possa fare a meno della partecipazione dei cittadini. In questo modo, la defezione sociale, perpetrata con lucido cinismo, senza senso di colpa, può spingersi all'evasione, alla corruzione, fino a creare un Paese a irresponsabilità illimitata.

Il male italiano non è l'anti-partitismo protestatario delle minoranze di rete e di piazza (prima o poi istituzionalizzabili), ma il disinteresse impolitico, l'atarassia sociale che ha colpito la metà del Paese che non è andata a votare. In tal senso, non ha vinto nessuno e si sono evidenziate una crisi dell'offerta politica (soprattutto a destra) e una crisi del mercato del consenso, ridotto alla parte politicizzata degli elettori. Il rancore sociale evita la protesta e si trasforma in risentimento impotente, che è sedato cancellando il proprio interesse verso una vita pubblica che non funziona.

L'indifferenza è un fenomeno sociale ben più rilevante su cui riflettere rispetto alla retorica politichese dell'antipolitica. In quest'ottica, non ha vinto nessun partito. Anzi, l'attuale sistema dei partiti (opposizioni protestatarie incluse) non è stato in grado di stemperare la gigantesca bolla della disillusione e della disaffezione impolitica della gente. Senza cambiare pelle, è impensabile che stanerà quelli tra noi proni su intenti meschini ed è improbabile che darà risposte efficaci sul campo, tali da far riaffiorare virtù e orgoglio.

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