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14 Maggio 2012

Strategia bipartisan
per l’Europa

Autore: Michele Salvati

Un vertice europeo è stato convocato d'urgenza il 23 maggio. È bene che i capi di Stato e di governo si confrontino, dopo che elezioni significative hanno manifestato il diffuso rigetto della strategia con la quale l'Unione Europea sta affrontando la crisi più grave della sua breve storia. Ma è illusorio attendersi che in questi pochi giorni essi possano accordarsi su una risposta adeguata, in grado di allentare lo stato di asfissia nel quale sono costretti i Paesi economicamente più deboli dell'Unione. E sarà già molto se essi arriveranno ad un'analisi condivisa delle ragioni per cui quella strategia non ha funzionato e non può funzionare in futuro.

Lasciamo da parte i motivi di interesse nazionale che hanno condotto ad adottarla (diversi nei diversi Paesi) e limitiamoci alle giustificazioni ufficiali sulla base delle quali essa è stata sostenuta. Era ben noto, e gli economisti americani non hanno mai smesso di ricordarcelo, che l'Eurozona non è un'area valutaria ottimale, e che sarebbero insorti problemi se non veniva inserita in un vero e proprio Stato federale. In essa ci sono Paesi la cui efficienza produttiva e organizzativa, e/o la cui moderazione salariale, consente un equilibrio o un surplus della bilancia corrente anche in condizioni di elevata attività economica e occupazione. E altri no: un euro forte non è d'ostacolo alle esportazioni tedesche, mentre lo è per quelle italiane. Ci sono Paesi con banche solide e ben capitalizzate - oggi ben pochi, a dire il vero - e con disavanzi e debiti pubblici modesti. E altri no.

Se l'economia è aperta ad afflussi e deflussi di capitali speculativi, nulla impedisce agli investitori di fuggire dai titoli di debito dei Paesi più deboli per riversarsi su quelli, meno rischiosi, dei Paesi più forti, o nella stessa Unione o in altre parti del mondo, così innalzando i rendimenti richiesti per investire (è il famoso spread): ma questo non fa che aggravare il disavanzo in cui i primi si trovano.

Rimedio? Cerchino, i Paesi deboli, di eliminare rapidamente i disavanzi e il debito che allarmano i potenziali prestatori. E cerchino di diventare più efficienti nell'organizzare il settore pubblico e privato, rassegnandosi - finché non lo sono diventati - a salari e stipendi più bassi, in modo da produrre merci e servizi migliori e a prezzi più convenienti. Questo è il succo della strategia Merkozy che anche il nostro governo ha dovuto adottare: rigore fiscale e ricerca di maggiore efficienza mediante riforme strutturali, dal lato dell'offerta: perché di questo si tratta, non di crescita subito, come sembrava promettere il trittico rigore-crescita-equità. Ma così si corre il rischio di entrare in un circolo vizioso.

Il rigore fiscale deprime consumi e investimenti e i guadagni di efficienza sono per lungo tempo insufficienti a innescare maggiori esportazioni e domanda interna: non si diventa efficienti come la Germania in poco tempo. Un rischio forte, specie se molti Paesi sono soggetti alla stessa cura: se il loro reddito non cresce, neppure crescono le nostre esportazioni verso di loro. Ma se il nostro reddito non aumenta, per soddisfare le apprensioni dei mercati può essere necessario alzare ulteriormente le tasse o ridurre le spese, così alimentando il circolo vizioso che produce ristagno. Nel qual caso i mercati sarebbero egualmente apprensivi e insoddisfatti. Al rischio economico si aggiunge poi un rischio politico, forse ancor più grave. In condizioni di ristagno, crescente disoccupazione e difficoltà a mantenere i precedenti standard di vita anche per larghe fasce del ceto medio, diventa sempre più forte la probabilità che il disagio sociale sia sfruttato da partiti populisti e conduca da ultimo a decisioni che potrebbero sfasciare l'Unione monetaria e produrre sofferenze assai maggiori di quelle che sinora ha provocato Merkozy.

Abbiamo una credibile strategia Merkhollande? Come dicevo, sarebbe già un buon risultato se i leader europei riconoscessero che la strategia Merkozy non ha funzionato e si mettessero a ricercare secondo linee che sono già ben sviluppate all'interno delle istituzioni europee o in think-tank legati all'Unione, ad esempio in Bruegel, di cui Mario Monti è presidente. Ce ne sono almeno due, una meno e l'altra più ambiziosa. Quella più ambiziosa è tratteggiata in un manifesto di prestigiosi politici ed economisti europei riassunto il 9 maggio sulla Repubblica ed equivale a un rapido passaggio all'embrione di uno Stato federale, almeno per i Paesi dell'Eurozona. Essa risolverebbe alla radice i problemi che ho descritto, ma è politicamente e istituzionalmente molto difficile. L'altra, meno ambiziosa, consiste nel guadagnar tempo, anche senza una riscrittura radicale dei trattati. Tempo anche per l'elaborazione della linea più ambiziosa, decisamente federale.

Il rigore e la ricerca di una maggiore efficienza rimarrebbero sempre pilastri delle strategie consigliate ai singoli Stati, specie a quelli tradizionalmente meno virtuosi: ma adelante con juicio, perché potrebbe rivelarsi una regola stupida, direbbe Romano Prodi, quella di raggiungere il pareggio nel 2013. A questi pilastri, prevalentemente contabili e microeconomici, si dovrebbe però aggiungere un robusto pilastro macroeconomico, fatto di eurobond, di esclusione di alcune classi di investimenti dall'obbligo del pareggio di bilancio, di interventi della Banca europea degli investimenti e soprattutto di un impegno della Germania a spingere la domanda interna sino a ridurre fortemente il suo avanzo corrente.

In questo cambio di strategia Mario Monti e il premier spagnolo, insieme, potrebbero avere un ruolo importante. Rajoy è il leader di un partito di centrodestra, come la Merkel. E Mario Monti, oltre alla stima personale che lo circonda, non può certo essere sospettato di simpatie socialiste o keynesiane. Questo accerchiamento, questa sollecitazione bipartisan, potrebbero convincere la signora Merkel che Hollande non è affatto quel personaggio «rather dangerous», piuttosto pericoloso, che ha descritto l'Economist. E forse i tedeschi ne sono già convinti se ieri hanno premiato il partito socialdemocratico nelle elezioni del più grande land del loro Paese.

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