Da Grecia e Spagna, nuove pesanti nubi si proiettano sulla tenuta dell'euro. La Cina ieri ha comunicato di aver sospeso acquisto e sostegno agli eurotitoli pubblici. La recessione italiana si aggrava. Il calo del Pil nel solo primo trimestre 2012 potrebbe essere superiore all'1%, ha detto ieri il centro studi di Confindustria. In questo quadro ben poco rassicurante, dopo lo tsunami delle amministrative e il nervosismo dei partiti dal governo Monti vengono parole improntate a un tono più caldo ed empatico dei rimproveri agli italiani sentiti nelle settimane precedenti.
Ieri Corrado Passera ha ammesso che è a rischio la tenuta sociale. Elsa Fornero ha riconosciuto che tra pensioni e riforma del lavoro si è data poca attenzione ai più deboli e il rischio è di creare più lavoro nero. Vittorio Grilli ieri ha annunciato che il governo è pronto alle compensazioni fiscali dei crediti Iva dovuti alle imprese. E Piero Giarda ha detto ad alta voce che non c'è alternativa a meno spesa pubblica corrente per abbassare le tasse.
Volesse il cielo, viene da dire. Vedere per credere, ma i dati che si leggono nell'economia italiana dovrebbero proprio spingere a un energico cambio di passo. Al quale aggiungere un capitolo aggiuntivo che ancora il governo non tocca. Ma prima riepiloghiamoli, alcuni dei dati che rendono l'attuale crisi più «cattiva» di quella 2008-2009. In questi anni di rientro della finanza pubblica italiana, attraverso purtroppo più tasse e non invece meno spesa, dal punto di vista della competitività noi stiamo non riguadagnando ma perdendo altri punti rispetto ai Paesi cosiddetti euroforti.
ll Pil reale procapite è sceso di quasi cinque punti percentuali in Italia nei due anni «duri» della recessione di origine finanziaria, il 2008-2009. Dopo un più 1,3% nel 2010 e uno zero nel 2011, rischia di scendere in questo 2012 di un aggiuntivo 2,5% se non addirittura del 3%, visto l'andamento del primo trimestre. I consumi reali pro capite degli italiani hanno totalizzato un meno 1,9% nel 2008-09, poi un risicato più 0,7% nel 2010, un meno 0,1% nel 2011 e si avviano a un catastrofico meno 3% nel 2012. Nella graduatoria dell'Unione Europea dei 27, in merito ai consumi reali per abitante, a euro costanti su prezzi 2010 e facendo pari a 100 la media dei 27 Paesi, gli italiani stavano a quota 125 nel 2000, e piombano quest'anno a quota 110. Scendiamo dal 7° al 12° posto in soli quattro anni in Europa.
La spesa per investimenti, in euro costanti a prezzi 2011, era scesa del 7,8% negli anni 2008-09. Ha ripreso due punti percentuali nel 2010. È scesa dell'1,9% nel 2011, e si avvia ulteriormente a scendere di quasi altri 6 punti nel 2012. Sei punti in meno in questo 2012 significa esser passati da un quota di investimento complessiva pari al 21% del Pil come media - insoddisfacente e stagnante - degli anni 2001-2007, a poco più del 18% in questo 2012. Gli investimenti in macchinari, in miliardi di euro a prezzi costanti 2010, dai 142 miliardi del 2001 scesero a 136 nel 2003, poi risalirono a 140 nel 2005 e 154 nel 2007, per subire una picchiata negativa a 125 miliardi nel 2008-09. In questo 2012 andremo sotto, verso quota 120 miliardi. Due punti di Pil meno di quattro anni fa. Il grado di utilizzo degli impianti italiani era al 78% nel 2007, è poi sceso al 65% nel 2008-09 ed è risalito al 72,5% a metà 2011. Oggi sta nuovamente picchiando verso quota 69%. Il margine operativo lordo dell'industria in senso stretto, pre tasse e ammortamenti, stava al 35% nel 2001, al 33% nel 2007, al 27% nel 2008-09. Oggi scende verso quota 25% e poco più.
La domanda domestica risulta in compressione per tre fattori. L'elevatissima pretesa fiscale statale che intacca severamente i redditi disponibili - e patrimonio, da questo 2012 - di famiglie e imprese. La restrizione del credito, poiché nel sistema bancario la redditività quest'anno scende pericolosamente verso quota zero a zero mentre da cinque mesi scendono i depositi e le rettifiche con gli incagli e le sofferenze salgono. Infine, tutti sono diventati cattivi pagatori, a cominciare e seguendo il cattivo esempio dello Stato, che non paga i 100 miliardi del suo debito commerciale alle imprese e dei crediti Iva e fiscali accumulati negli anni.
Di fronte a tutto questo, aspettando le novità che verranno dall'eurovertice del 23 maggio in cui all'ordine del giorno sono misure aggiuntive per la crescita, serve un cambio di passo che è invece tutto italiano. Da una parte l'azzeramento del deficit pubblico va preservato abbassando di 5-6 punti di Pil la spesa pubblica corrente nel triennio a venire e cominciando da subito, in cambio di pari riduzioni della pressione fiscale, che strangola il Paese. Si tratta proprio di quegli 80-90 miliardi di euro che anche il ministro Piero Giarda considera abbattibili sui circa 700 miliardi di spesa corrente. Senza effetti recessivi, cioè senza gettare dipendenti sul lastrico né tagliando servizi, ma facendola finita per esempio con 144 miliardi di euro di forniture pubbliche di cui la metà sanitarie cresciute del 50% in cinque anni, solo per il 3% centralizzate attraverso le procedure telematiche e trasparenti della Consip.
Ma c'è un altro capitolo sinora ancora neanche sfiorato. Le privatizzazioni. L'abbattimento del debito pubblico non va perseguito con più tasse, ma con molti punti di Pil di cessioni di asset pubblici, a cominciare dai mattoni di Stato che da soli valgono 500 miliardi. Proseguendo poi con le società controllate direttamente dallo Stato: cancellando la pessima recente prova di Tirrena, la cui gara è stata azzerata dall'Europa, ed evitando oggi su Snam di ripubblicizzarla conferendola a Cdp, invece che a Terna che risponde a tutti gli effetti a una disciplina di mercato, grazie a tantissimi investitori anche esteri presenti nel suo capitale. E continuando infine con le migliaia di società controllate dagli Enti Locali nei servizi pubblici. Basta con la miriade di emanazioni che sono a stragrande maggioranza in perdita, gonfie di trombati e amici della politica.
Purtroppo, il Documento economico finanziario presentato poche settimane fa dal governo prevede introiti zero da privatizzazioni fino al 2015. Non è mai troppo tardi per correggersi. Mentre gli italiani stringono all'estremo la cinghia e crescono i fallimenti, lo Stato faccia il favore di diminuire il suo enorme perimetro, e risponda così al mercato del proprio immane debito.