L’Italia consuma i propri giorni come in dormiveglia, sospesa fra la notte e l’alba. Trattiene il fiato, e intanto resta immobile. S’interroga, nicchia, tergiversa. Aspetta. Perché è un tempo di mezzo, quello che stiamo attraversando. Il vecchio rantola, ma non si è ancora congedato. Il nuovo non appare all’orizzonte. Sappiamo tutti che verrà, così come sappiamo che questi partiti hanno ormai le ore contate. Forse altrettanto le nostre istituzioni, da troppo tempo in cerca di restauri.
Certamente gli uomini politici, quelli che da vent’anni popolano il paesaggio. Chi li rimpiazzerà? E con quali intenzioni? Per scoprirlo, non ci rimane che aspettare. Ma la nostra attesa non potrà venire saziata da un Messia: dopo l’esperienza che ci ha propinato Berlusconi, abbiamo smesso di credere ai salvatori della Patria. In realtà non sappiamo bene in cosa credere, c’è solo questo smarrimento, questo spaesamento collettivo.
«Io ero tra color che son sospesi» (Dante, Inferno, II, 52). Adesso lo siamo tutti, a quanto pare. Se hai da cambiare la tua vecchia automobile, rinvii a tempi migliori. Idem per i vestiti, per i viaggi, senza parlare degli investimenti immobiliari. Rallentano perfino i matrimoni. Nell’incertezza, nessuno è più capace di progetti: né individuali, né di stampo collettivo. Sarà per questo che i mercati non ci premiano, nonostante la cura da cavallo inflitta dal governo Monti. Perché vogliono sicurezze, una stabilità impossibile nel nostro umore instabile.
Tal quale, peraltro, l’umore dei politici. Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha appena depositato in Parlamento una proposta di legge sul finanziamento pubblico ai partiti, con la firma congiunta di Bersani e Casini. In quella proposta, l’abolizione del finanziamento viene descritta come una tragedia democratica. Tre secondi dopo ha annunciato che il nuovo partito, l’oggetto misterioso che prenderà le veci del Pdl, intende rinunziare ai quattrini dello Stato.
Ma il clima è questo, e ci siamo dentro tutti. Sia noi che loro. Di tanto in tanto salta fuori qualche Grillo — con la maiuscola, o anche con la minuscola: ogni partito è pieno di grilli parlanti. Però sono sempre parole, scatti verbali. Di fatto non succede nulla. In Parlamento non c’è nessun dibattito, nessuna concreta iniziativa sui temi più essenziali: un ripensamento circa il ruolo dello Stato, come restituire quote di potere ai cittadini, la legge elettorale, le norme sulla corruzione, la questione femminile, quella meridionale, quella carceraria, il testamento biologico, le spine della laicità. Anche la nuova disciplina dei partiti è ferma al palo. D’altronde le due Camere hanno varato la miseria di due leggi nel mese d’aprile. Altrettante conversioni di decreti governativi, come sbagliarsi? Insomma c’è silenzio nella nostra scena pubblica. C’è come uno spettacolo di cui siamo tutti spettatori, però mancano gli attori. Anche il presidente Napolitano si è ritagliato un ruolo meno esposto, i suoi interventi si sono rarefatti. Il proscenio è vuoto.
No, nessuna sospensione della democrazia, come qualcuno aveva paventato dopo il battesimo del governo Monti. Nessun colpo di mano, anche perché nessuno batte un colpo. C’è piuttosto una sospensione delle istituzioni, della loro energia vitale. C’è, in qualche modo, una sospensione delle nostre stesse vite. Ma ciascuno può vivere a una sola condizione: di credersi immortale, pur avendo consapevolezza della morte. Ecco, facciamo così, da adesso in poi. Proviamo ad adottare la filosofia del «come se»: fingiamo di credere che questi politici siano ancora vivi, che la Repubblica sia sempre viva e vegeta. Facciamolo per restare vivi.