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10 Giugno 2011

Italia e Mare Nostrum
il Regio Esercito in Turchia

Argomento: Cultura
Autore: Valentina Costa

La Grande Guerra si concluse per l'Italia con grandi prospettive. La possibilità di coronare il Risorgimento era solo uno degli aspetti bellici, che investivano la politica estera e militare del Paese. Il Mediterraneo era e rimaneva il centro strategico di antiche ambizione, anche a fronte dell'occupazione della Libia e del Dodecaneso, regioni che aprivano all'Italia nuovi scenari all'interno delle intricate relazioni con le Potenze vincitrici del conflitto mondiale appena concluso.

Per questi motivi, nonostante i tentativi frenanti degli altri governi alleati, Roma decise - a partire dalla primavera del 1919 - di inviare una snella divisione di fanteria, composta in prevalenza dalla brigata Livorno, che ancora risentiva delle gravissime perdite subite durante il conflitto. L'obiettivo era di realizzare una rapida occupazione militare delle principali località costiere dell'Anatolia e assicurarsi prima dei diretti antagonisti ellenici il predominio dell'Egeo.

Dopo quasi un secolo di oblio, questi avvenimenti ci vengono oggi raccontati dall'importante saggio "Il Corpo di Spedizione italiano in Anatolia (1919-1922)", scritto dallo storico Giovanni Cecini ed edito dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Partendo dall'analisi di una mole di documenti inediti, il volume descrive, con dovizia di particolari, l'intero ciclo operativo del contingente di circa 12.000 uomini che, a cavallo tra la conclusione della Prima guerra mondiale e l'ascesa al potere di Mustafa Kemal, si rese protagonista di una missione internazionale ante litteram.

Grazie all'attività d'intelligence delle autorità militari e diplomatiche italiane dislocate ad Atene, a Costantinopoli, a Smirne e a Rodi venne preparato un piano d'azione che prevedesse lo sbarco e l'occupazione delle principali località costiere dell'Anatolia (Adalia, Marmarizza, Bodrum, Kuluk e Scalanova), strategicamente rilevanti per creare un collegamento con le isole dell'Egeo, già in mano italiana.

L'impresa si rivelò subito difficoltosa. Infatti la costa frastagliata, la vastità del territorio considerato, l'assenza di comunicazioni stradali praticabili e la scarsezza di linee telegrafiche rendevano le operazioni molto impegnative. In tutto ciò, si aggiungeva la grave fragilità amministrativa e politica della Turchia, che la rendeva permeabile e in balia di ogni possibile azione armata esterna e interna, aggravata dalla coeva agguerrita occupazione ellenica della zona di Smirne, che sfociò in veri e propri eccidi di civili.

Nonostante questo clima ribollente, il comportamento e la professionalità dei nostri militari fu però sempre al massimo livello, se anche le popolazioni turche, che li avevano come occupanti, in molte occasioni ebbero occasione di testimoniare il rispetto e persino la gratitudine per la nazione italiana, visto che nella zona assegnata a Roma erano praticamente inesistenti i casi di feroci scontri armati, che invece erano all'ordine del giorno nel territorio occupato dai greci. Tale doppio clima, al di qua e al di là del confine italo-ellenico, dimostrò a posteriori la lungimiranza dei comandi italiani, che ebbero sin da subito la percezione di trovarsi in un contesto molto effervescente, visto anche il ribellismo turco che in quei mesi produsse la rivoluzione capeggiata da Mustafa Kemal.

Queste dinamiche, incontrollabili per il grande dispiegamento di forze offerto dai greci, lo erano ancora meno per l'esigua divisione italiana, che con i mesi ebbe a diminuire i suoi effettivi, sino a ridurli a un solo reggimento, prima del completo abbandono dell'entroterra turco per ripiegare nel Dodecaneso.

Il Corpo di Spedizione, ipotizzato per un fulmineo colpo di mano di una nazione vittoriosa in antagonismo verso i suoi Alleati, cambiò gradualmente pelle e si rivelò capace di saper gestire situazioni critiche ben diverse in un paese non solo sconfitto, ma in profonda difficoltà e per questo desideroso di risorgere. La scarsità di uomini e materiali, la penuria di mezzi di comunicazione, il terreno impervio e gli intrighi politici, in cui si trovò a operare il contingente italiano, mostrarono tuttavia una buona tenuta di efficienza e efficacia. I vari comandanti, malgrado le loro peculiari sensibilità, non scaderono mai nella facile scelta di arrivare allo scontro aperto con i greci o con i turchi nel tentativo di cavalcare personali ambizioni. Essi compresero i tanti limiti e le differenti potenzialità della loro missione e cercarono di essere buoni comandanti, prima che valorosi condottieri. Benchè si trovassero con ordini spesso volutamente vaghi e impraticabili, seppero gestire uomini e situazioni, cercando di trarne il meglio anche a costo di entrare in rotta di collisione con il governo, di inimicarsi il potere politico e venire spesso destituiti per questo.


G. Cecini, Il Corpo di Spedizione Italiano in Anatolia (1919-1922), USSME, Roma 2010, pp. 471.

 

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