Requisiti per richiedere  l’assegno sociale 2018

I requisiti per chiedere l’assegno sociale legato all’età sono cambiati e per il 2018 l’INPS ha portato l’età, per poter fare la richiesta,  a 66 anni e 7 mesi.

La domanda va presentata direttamente dal cittadino in via telematica, se è in possesso del pin dispositivo, oppure può rivolgersi ad un Caf o associazione di categoria. L’assegno sociale, che fino al 1996 si chiamava pensione sociale, è destinata a italiani, comunitari e extracomunitari  che risiedono in Italia da almeno 10 anni. L’assegno sociale è pagato dall’INPS ed è una prestazione provvisoria poiché l’INPS, controlla se sussistono i requisiti per mantenere l’assegno oppure vengono meno,  in quel caso la sovvenzione verrà sospesa.

Se, ad esempio, una persona va all’estero e manca dall’Italia per più di 30 giorni, l’erogazione viene sospesa e dopo un anno viene revocata definitivamente. I requisiti per la richiesta dell’assegno sono i seguenti:

  • 66 anni e 7 mesi compiuti ( 1 anno in più rispetto al 2017);
  • Mancanza di reddito o quasi, quindi in stato di bisogno. Il limite è un reddito inferiore a 5824 euro l’anno o 11.649,82 se coniugato;
  • Cittadinanza italiana, oppure stato di residenza o permesse di soggiorno di lungo periodo;
  • Residenza in Italia continuativa per almeno 10 anni.

L’importo dell’assegno sociale è di 448,07 euro al mese per 13 mesi (dati 2017), ma viene ridotto in caso la persona non sia coniugata. Per richiedere l’assegno famigliare serve presentare l’Isee 2018, copia documento d’identità, autocertificazione di residenza e stato di famiglia, provvedimento giudiziale di separazione o divorzio, dati anagrafici e codice fiscale del coniuge. Per i cittadini non coniugati l’accertamento viene fatto considerando il reddito personale, mentre in caso di coniugi si calcola sul cumulo dei redditi. Per il calcolo dei redditi basta rivolgersi ad un qualsiasi centro autorizzato che provvederà a rilasciare l’Isee aggiornato e, sempre nello stesso posto, potrete chiedere anche l’invio telematico della domanda per al richiesta dell’assegno sociale.

Tecnologia e metodo Montessori possono andare d’accordo?

Il metodo educativo nato oltre un secolo fa e le tecnologie più moderno possono convivere? Un libro cerca di darci delle risposte chiarendo il metodo Montessori.

Tra le parole di Maria Montessori, troviamo questa frase che, già da sola, risponde a tutti i nostri dubbi: “Credo che l’introduzione di ausili meccanici diventerà una necessità generale nelle scuole del futuro. Vorrei, però, sottolineare che questi ausili non sono sufficienti per realizzare la totalità dell’educazione”.

Anche se al primo colpo d’occhio sembra che un metodo nato oltre cento anni fa non possa avere nulla in comune con le tecnologie moderne, soffermandoci attentamente sulle necessità della pedagogia ci renderemo conto che non c’è tutto questo divario che immaginiamo. Ad aiutarci a capire meglio le connessioni tra i due mondi è un libro di Mario Valle: “La pedagogia Montessori e le nuove tecnologie”.

Per prima cosa, nel libro, si fa un’analisi su come, la famosa dottoressa, usava i materiali. Li studiava , li analizzava ma in particolare cercava di capire come li usavano i bambini. Quello che per lei era fondamentale era la libera scelta, l’autocorrezione e l’individualizzazione. Non basta dare un oggetto ad un bambino, bisogna capire qual è il loro approccio, come lo vedono e come reagiscono alla sua presenza.

Sempre secondo l’approccio montessoriano, i bambini fino a sei anni devono esser lasciati liberi di esplorare, toccare, annusare, sporcarsi, mordere, usare tutti i sensi per capire cosa lo circonda. Solo dopo i sei anni potrebbe entrare in contatto con la tecnologia, pronto a recepire nuove nozioni. Valle, forte della sua esperienza in un istituto montessoriano in Svizzera, ci racconta diverse situazioni in cui la tecnologia è entrata a far parte del mondo scolastico per  ridurre la mole di lavoro degli insegnanti più che come vero e proprio mezzo per stimolare le conoscenze del bambino, quindi la tecnologia con il metodo Montessori può andare d’accordo ma  deve essere un mezzo di stimolo della mente, non della repressione.

Giornali di oggi: la conoscenza e a la tecnologia

La tecnologia nell’ambito del giornalismo, in questi tempi, è obbligatoria, non si può assolutamente evitare, ma non basta per fare del buon giornalismo: ci vuole la conoscenza. Fin dagli albori, le testate giornalistiche, hanno dovuto mantenere il passo con i tempi. Basta pensare all’arrivo della telescrivente, del computer, della macchina fotografica portatile. La tecnologia è sempre stata accolta come un mezzo in più per dare le notizie nel migliore dei modi, ma non è mai venuta meno la conoscenza, il sapere, la preparazione professionale dei giornalisti.

Le classiche domande a cui ogni giornalista dovrebbe rispondere per fare un articolo (Chi? Quando? Dove? Cosa?)  non dovrebbero mai venir meno, anche se si ricorre all’ausilio della tecnologia. Eppure non sembra che la pensino allo stesso modo le testate giornalistiche che tendono a propinarci sempre più spesso notizie errate, incomplete e scritte male. Il mondo dell’editoria si muove sempre di più verso il colpo di scena, lo scoop a qualsiasi costo, senza dare reale importanza a quello che comunicano. Stessa sorte tocca ai telegiornali che s’inseguono dicendo sempre le stesse cose in modo sempre più confusionario, che cercano disperatamente di attirare l’attenzione dell’utente con immagini o notizie choc. Purtroppo la professionalità sta lasciando sempre più spazio all’improvvisazione che porta sempre più caos nella conoscenza dell’utente. La notizia non è più un servizio, è diventata solo una caccia al tesoro.

Fortunatamente ci sono ancora delle eccezioni che spingono per mantenere la qualità dell’informazione, pur sfruttando al tecnologia. Per fare un esempio basta guardare il Sole 24 ore che è il quotidiano con il maggior numero di abbonati digitali, eppure ha mantenuto il suo carattere di informatore civico, indirizzato agli interessi dei cittadini. Questo dimostra che la professionalità e la tecnologia possono andare tranquillamente a braccetto senza che uno prevarichi l’altra. L’informazione corretta è un diritto del cittadino e un dovere del giornalista.

Pensioni italiane: uno squilibrio da 88 miliardi

In Italia la pensioni superano i contributi versati, ogni anno, per una cifra pari a 88 miliardi di euro e in questo siamo secondi solo all’Austria.

Da che cosa arriva questo squilibrio? A sentire i politici le cose non stanno così. Per ben due volte, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti ha dichiarato che il “sistema previdenziale è sostenibile nel lungo periodo, anzi è addirittura positivo” e ad assecondare le sue parole è arrivata anche la Camusso che questa estate ha ribadito le stesse parole: “Il sistema è in equilibrio, il problema semmai è l’evasione”. Visto che la situazione è così rosea, alcuni politici hanno pensato che fosse normale spostare la decisione dell’innalzamento dell’età pensionabile al giugno 2018 eppure, come abbiamo visto, le cose non sono andate così! Che cos’è allora che non funziona? Ci raccontano delle fandonie oppure noi non riusciamo a comprendere quali movimenti strani mantengono in equilibrio il sistema pensionistico?

In un documento, nel quale il governo italiano è co-autore, si può leggere che, “in base al rapporto sull’invecchiamento ( 2015) il fondo previdenziale copre i costi delle pensioni e le proiezioni dal 2013 al 2060”. Che cosa vuole dire esattamente questo? Quel rapporto ci racconta che la spesa delle pensioni pubbliche, ogni anno, supera il contributi versati per 88 miliardi di euro, ossia la differenza fra quanto lo Stato paga e quanto riceve è di 88 miliardi. La differenza viene colmata da tasse e deficit pubblico.

A questo punto viene logico domandarsi: come fanno certi politici a vedere l’equilibrio del sistema previdenziale? L’Italia attualmente è il paese dove le pensioni hanno il costo maggiore  e siamo anche il paese dove si va in pensione prima, è vero? La risposta è dì e no. Se è vero che in alcuni paesi oltralpe è possibile andare in pensione anche a 58 anni, è vero che da noi potrebbe succedere altrettanto se, negli anni, si fosse fatta una lotta contro l’evasione della contribuzione. Inoltre, le aspettative di vita si allungano quindi si allunga anche il periodo in cui bisogna pagare la pensione, di conseguenza, aumentare l’età pensionistica vuol dire mantenere il rapporto di erogazione pensione/tempo costante. Ma una domanda sorge spontanea: se dobbiamo aumentare l’età lavorativa per poterci versare i contributi per mantenere la nostra pensione, cosa sarà dei giovani che, non solo non trovano lavoro, ma non avranno neppure fondi per affrontare un loro futuro pensionistico? Quando s’incomincerà a introdurre formule realmente alternative? Quando sarà possibile decidere dove e come creare un fondo pensionistico autonomo?

 

 

Dal giornale alla credenza: ecco Kranthout

Non bisogna mai buttare i giornali,  sapete perché? Perché Mieki Meijer, designer olandese, amante del riciclo e della natura, ha creato dei veri e propri ceppi di legno riutilizzando fogli di giornale e una colla speciale, prodotti che sembrano veri grazie alle venatura che la designer è riuscita a riprodurre.

Hai finito di leggere le notizie del giorno e ti appresti a buttare il giornale nel bidone? Non farlo! Per prima cosa, se proprio te ne vuoi liberare, puoi metterlo nel contenitore della carta e contribuire alla raccolta differenziata, inoltre, leggendo la notizia, capire quanto è importante riciclare.

Il Kranthout, infatti, è un materiale prodotto dalla Vij5, la compagnia di Mieki Meijer, ed è utilizzato per costruire mobili. Il materiale è molto similare al legno, è resistente e aiuta a recuperare tonnellate di giornali che diversamente andrebbero sprecate.

A pensarci bene è una grande innovazione tecnologica che fa tornare la carta di giornale alle sue origini: d’altro canto se la carta deriva dagli alberi, perché non potrebbe tornare alla sua forma originaria? La notizia è  stata accolta con grande interesse nel mondo ecosostenibile. Il Kranthout, letteralmente legno di giornale, può essere levigato, dipinto, tagliato e utilizzato per tantissime funzioni. La valenza ecosostenibile di questo prodotto è doppia: per costruire un mobile, o altro prodotto in legno, non vengono abbattuti alberi e si riutilizzano tonnellate di carta che, diversamente, andrebbero distrutte creando inquinamento e costi.

In realtà l’idea di Mieki era stata già presentata alla Milano Design Week 2001, quindi 6 anni fa, ma il vero interesse verso questo materiale sta prendendo forma adesso e pian piano sono cresciuti gli utilizzi a cui è stato destinato il legno di giornale. Se, questo materiale, è veramente ecosostenibile e duraturo, però, si vedrà solo con il tempo, visto che per essere prodotto si utilizzano collanti molto potenti.

Opzione donna 2018: avrà un futuro?

In molti si chiedono quale sarà il futuro di Opzione Donna, ma per capirlo è necessario aspettare la risposta all’emendamento presentato in Legge di Bilancio per chiedere la proroga. Dalle voci che circolano, infatti, sembra che la riforma sulle pensioni terrà conto di questa proroga che ne prevede l’estensione fino al 31 dicembre 2018. Intatti Opzione Donna  potrebbe essere reintrodotta per tutto il 2018 e questo interessa a tutte le donne che vorrebbero sperimentare la pensione anticipata, maturando i requisiti entro il 2018.

Attualmente (le cose potrebbero cambiare con la siglatura delle proroga) i requisiti richiesti sono:

  • sesso femminile;
  • avere raggiunto i 57 anni entro il 31 dicembre 2015; 58 anni se lavoratrici autonome;
  • avere un’anzianità contributiva di 35 anni entro il 31/12/15;
  • accedere alla pensione dopo il 31/12/15.

Questa formula, che è stata introdotta con la Legge n. 243/2004 è una misura che tutela le lavoratrici e gli permette di andare in pensione a 57 anni, ma solo se possiedono 35 anni di contributi maturati entro il 2015. Facendo una veloce botta di conti, se una persona nel 2018 ha 57 anni, nel 2015 ne aveva 54 e, di conseguenza, per aver 35 anni di contributi deve aver incominciato a lavorare, a tempo indeterminato, a 19 anni.

L’Opzione, in dubbio fino all’approvazione della Legge di Bilancio e sostenuta attivamente con grosse mobilitazioni da parte del settore femminile, non è tutta rosa e fiori come si potrebbe pensare.  Presenta, infatti, anche degli svantaggi come, ad esempio, l’importo che viene calcolato completamente col sistema retributivo e che porta a una discreta decurtazione dell’assegno pensionistico con tagli che potrebbero arrivare al 27%. Inoltre, le donne che vanno in pensioni con contributi maturati presso diverse gestioni, non possono usufruire del cumulo gratuito degli stessi. Chi lo desidera può ricorrere alla congiunzione che, non dimentichiamolo, ha costi molto elevati. Soluzione che, tra l’altro, non può essere utilizzata in caso siano contributi maturati presso la Gestione Separata dell’Inps. A questo punto restano fuori tutti i contributi versati come libera professionista, co.co.co e voucher.

 

 

Bonus casa 2018 per ristrutturazione: cosa cambia?

Per il 2018 il bonus previsto per la ristrutturazione di immobili cambia: alcune cose sono state confermate, altre eliminate, quindi quali sono le novità?

Dopo alcuni giorni di incertezza, in cui sembrava che le detrazioni fiscali per determinate spese di ristrutturazione dovessero sparire, ecco confermata, con la pubblicazione della Legge di Bilancio 2018, la proroga fino al 31 dicembre 2018. I cambiamenti sono diversi a partire dalle aliquote di detrazione per l’Ecobonus che passano dal 65% al 50%, per i lavori in partenza dal 1° gennaio 2018. Confermata anche l’introduzione del Bonus Verde, ovvero la detrazione del 36% per la cura delle aree verdi private, fino ad un massimo di 5000 euro.

È rimasta invariata e, di conseguenza confermata, la detrazione del 50% delle spese di ristrutturazione fino ad un massimo di 96.000 €. Resteranno valide anche le detrazioni fiscali Ecobonus condomini (75%) e Sisma bonus (mirate all’antisismica) fino al 2021. Il Sisma bonus prevede una detrazione del 70% che può raggiungere l’80% in caso, il rischio sismico, cali di due classi e, se gli interventi avvengono su condomini, la detrazione arriva all’85%.

Per la sostituzione di finestre, infissi e caldaie è prevista l’aliquota del 50%. Anche la detrazione per l’acquisto dei mobili è stata confermata e resta detraibile il 50% della spesa fino ad un totale di 10.000 €. Potranno usufruire di questa detrazione tutti gli utenti che acquisteranno mobili dal 1° gennaio al 31 dicembre 2018 ed elettrodomestici di classe A+. Il bonus mobili per i giovani, invece, non vede il rinnovo nella Legge di Bilancio 2018 quindi si tratta di una detrazione non più attuabile! Questo pacchetto che rientra nella Legge di Bilancio, però non è ancora in vigore perché deve essere ancora discusso e approvato dal Senato, ma a grandi linee sembra che non ci saranno ulteriori grandi cambiamenti.

Stranieri: come ottenere un finanziamento o un prestito

Gli stranieri in Italia sono sempre in numero crescente e anche i prestiti richiesti da loro iniziano ad occupare una posizione di rilievo nell’economia di settore, attestandosi attorno all’11%. Questa percentuale, in continua crescita, va di pari passo con l’aumentare della presenza di stranieri che, secondo i dati ISTAT, ha superato i 5 milioni di unità.

In questo caso, ovviamente, si parla di cittadini regolari con tutti i requisiti necessari per poter accedere a finanziamenti o prestiti. Tali requisiti non sono molto dissimili da quelli richiesti ai cittadini italiani poiché, per richiedere un prestiti, sia i cittadini extracomunitari che quelli comunitari devono essere in possesso della residenza in Italia. I Cittadini extracomunitari devono essere anche in possesso di un permesso di soggiorno in regola e in corso di validità.

Per quel che riguarda il resto della documentazione, proprio come i cittadini italiani devono  dimostrare di avere un lavoro a tempo indeterminato che gli garantisca una continuità economica. Alcuni istituti di credito possono richiedere che il rapporto di lavoro a tempo indeterminato sia in essere almeno da sei mesi, che è il termine in cui scade il periodo di prova. I cittadini stranieri che rispondono a tutti questi requisiti possono tranquillamente accedere al prestito con la cessione del quinto sullo stipendio, prestiti personali o prestiti delega.  Esistono anche delle soluzioni di finanziamento molto veloci  per tutte le persone che hanno un lavoro a tempo determinato, ma è possibile richiedere solo piccole cifre, da restituire in un lasso di tempo abbastanza contenuto.

Per i cittadini stranieri residenti in Italia ed iscritti ad un corso universitario o post-universitario, è possibile accedere ai fondi ministeriali che servono per l’erogazione di prestiti agevolati per gli studenti stranieri meritevoli, con scarsi mezzi economici, questo per promuovere la meritocrazia di chi non potrebbe permettersi gli studi. Per avere ulteriori informazioni su questo tipo di prestiti ci si può rivolgere alle varie segreterie didattiche.

Gli italiani si allontanano sempre di più dalla politica: perché?

Indice dell’allontanamento dell’italiano dalla politica, sono i dati relativi alle elezioni di questi ultimi anni, ma da che cosa è causato questo disamore per l mondo politico? Principalmente l’elettore si sente tradito dalle continue promesse mai mantenute, dai continui litigi tra politici, mirati solo a tenersi stretti il potere, dalla continua crescita di richieste verso il cittadino che stringe i denti senza vedere miglioramenti. Altro punto a sfavore del mondo politico è la costante incertezza, il continuo sorgere di nuovi partiti che, ormai l’hanno compreso tutti, il loro fine è solo quello di salvaguardare i loro interessi e non certo quelli del cittadino.

Questa sfiducia, però, deve essere recuperata perché senza il sostegno del cittadino, la politica diventa pericolosa, quindi come fare a riavvicinare utente e politica? Migliorando il rapporto, coinvolgendo il cittadino nella politica, che deve imparare ad ascoltare condividere con la società intera. Tutti i cittadini devono essere considerati uguali, con diritti e doveri e non e, in particolare, non deve assistere ai continui “mal di pancia” dei vari partiti politici. Si deve spronare il cittadino (con fatti reali e non solo a parole) a comprendere che è lui la vera linfa vitale del sistema e il lassismo non porta assolutamente a niente di buono. Si deve anche ricordare che il voto è un diritto, non un dovere. Tante persone sostengono che non vanno a votare perché non cambia niente: forse è vero ma è come dire “non respiro perché tanto devo morire!”.

Per ridare fiducia al cittadino servirebbe anche un riordinamento dei partiti, limitando sensibilmente la loro presenza: sono sempre di più le persone che, quando vanno a votare lasciano la scheda bianca o votano a casaccio perché riuscire a districarsi nella giungla di simboli e sigle diventa sempre più impossibile e insignificante: tutte briciole che vanno perse senza dare un reale contributo al sistema politico.

Chi sono i nuovi italiani? Ecco un identikit

La Fondazione Leone Moressa ha fatto uno studio sugli alunni stranieri che dovrebbero ottenere la cittadinanza italiana in base alla nuova legge e ha tracciato una mappa delle comunità presenti in Italia.

Quali sono le comunità più diffuse?

I beneficiari di questa riforma sarebbero più di ottocentomila (esattamente 800.600) e rappresentano circa l’80% dei minori stranieri residenti in Italia. A questi si aggiungerebbero oltre 58 mila potenziali beneficiari ogni anno.

Nel 2015 è stata approvata alla Camera la nuova normativa che prevede due principi: ius soli e ius culturae. Con il primo si riconosce la cittadinanza a chi è nato in Italia da genitori stranieri di cui, almeno uno, sia in possesso del permesso UE a lungo termine. Con il secondo, invece, i beneficiari sono tutti i bambini nati in Italia oppure quelli  approdati sul suolo nazionale entro i 12 anni, che abbiano seguito un percorso formativo di almeno 5 anni.

Gli stranieri minori, nel nostro Paese, al primo gennaio 2017 erano un milione: il 21% degli immigrati. La femmine rappresentano il 48% e, di conseguenza, i maschi il 52%. La Fondazione ha rilevato che tra i banchi di scuola sono presenti più di 200 nazionalità con una percentuale prevalente di figli di nazionalità romena, albanese e marocchina, ossia le tre comunità più grandi presenti in Italia. A seguirli troviamo i figli di cinesi, filippini, indiani, ucraini, moldavi, pachistani e tunisini.

La religione più diffusa

Per suddividere i gruppi in credo religioso, possiamo notare che tra le famiglie originarie dell’Est Europa prevale la religione ortodossa; dalle Filippine giungono la maggior parte di cattolici, mentre gli appartenenti alla religione musulmana arrivano da Balcani, Nord Africa e alcuni Paesi asiatici come Pakistan e Afganistan. In sostanza il 44% dei bambini stranieri è cattolico e il 38,4% musulmano. I dati, ovviamente, tengono conto solo dei minori  già inseriti in un percorso scolastico, quindi non completi, ma rendono bene l’idea di quelle che sono le caratteristiche del nuovo italiano, se passerà la nuova normativa.